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La scrittrice dimenticata, figlia di Damiani Almeyda: Angelina Lanza (e un libricino)

È un libro che si legge piano gustando la bellezza delle parole. Un piccolo mondo che la scrittrice palermitana rende infinito nella sua contemplazione tenera della vita

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 14 gennaio 2021

Angelina Lanza (foto dal web)

«Il treno s’immerge tra oliveti in fiore e campi di messi già bionde, con sempre, a sinistra, quel nostro meraviglioso mare, sonante, spumeggiante, profondo, ceruleo d’un colore d’abisso…». È una delle frasi iniziali della "Casa sulla montagna" di Angelina Lanza, un libro e un’autrice con cui ho instaurato un profondo legame, condividendone sensazioni ed emozioni.

Sono oltre trent'anni di villeggiatura dal 1898 al 1936 raccontati come se fosse un’unica stagione. Questo suo "libricino", come lei stessa lo definì, scritto in "una sorta di fervore artistico e religioso", è qualcosa più di un diario intimo e spirituale, un contributo alla descrizione di luoghi ormai perduti.

È l’affresco di una vita e di una casa a cavallo fra due secoli, tra un tempo lento e monotono cadenzato dalla natura, e l’inizio di una vita frenetica rivoluzionata dalla tecnologia; un piccolo mondo che la scrittrice rende infinito nella sua contemplazione tenera e innamorata della vita.



La casa si trova nella frazione di Pianetti (nel feudo dei Lanza, di 250 ettari tra bosco, pascolo e seminativo), al di sotto del Santuario di Gibilmanna, sopra lo splendido mare di Cefalù. In questa casa Angelina Lanza trascorreva la villeggiatura che durava 4-5 mesi e che iniziava con il viaggio in treno da Palermo e terminava poi a dorso di cavallo fino all’amatissima abitazione.

La scelta geniale di renderlo un racconto unico come se tutto fosse nello stesso periodo, nasconde l’intento di fare di questo libro un viaggio attraverso la sua vita. Lanza inizia a narrare dalla sua giovinezza, con l’arrivo la prima volta a Gibilmanna a 19 anni il giorno dopo il suo matrimonio, fino al rientro in città, in un novembre carico di nebbia freddo e pioggia, metafora della vita che sta volgendo al termine.

Ed in questo arco di tempo, in questa lunga vacanza, racconterà i suoi dolori (la perdita di due, dei cinque figli), la sua natura inquieta e la successiva pace, le sue delusioni, le piccole storie di luoghi e personaggi, la descrizione della “Beata solitudo”. È un libro che si legge piano, gustando la bellezza delle parole, in una specie di affresco bucolico nel quale si è rapiti, diventando parte del paesaggio.

Ma chi era Angelina Lanza?

L’autrice nasce a Palermo, figlia del grande Architetto Damiani Almeyda, il progettista del teatro Politeama Garibaldi e della villa dei Florio a Favignana, e della poetessa Eleonora Mancinelli. In Angelina Lanza ritroviamo i genitori, nelle pennellate descrittive dei luoghi, nella chiarezza e bellezza dello stile e della lingua.

Benché non famosissima fu apprezzata da poeti e intellettuali per le raccolte di poesie, saggi, articoli, romanzi. Nel 1898 sposa l’avvocato Domenico Lanza, di provenienza nobile, «cresciuto in clima positivista» (ateo e infervorato dalla scienza e dal progresso ); appassionato di botanica, ne diventerà docente ricoprendo l’incarico di Conservatore dell'Orto Botanico di Palermo.

Questa unione fu “una delusione sconfortante»; il marito non capì la spiritualità della moglie, non ne condivise gli ideali, le opinioni, gli slanci. Pare addirittura che se ne prendesse gioco deridendola apertamente. Fu un matrimonio infelice che Angelina, seppur delusa dal marito, non pensò mai di interrompere venendo meno al Sacramento religioso.

La sua sofferenza però fu tale da farle dire che, tra tutti i dolori affrontati, quello del suo matrimonio fu il maggiore, ancora più grande rispetto alla perdita delle prime due figlie che, seppur dolorosissima, rientrava in un piano divino avendo la consapevolezza dello stato di beatitudine delle due ragazze.

Sofferenza, dolore e incomprensione furono le ragioni di una profonda crisi che la fecero avvicinare ad Antonio Rosmini attraverso il cappuccino Giustino da Patti, conosciuto a Gibilmanna. Studiò il pensiero del religioso-filosofo per due anni, entrando nel 1916 in contatto con l'istituto di Carità e diventando nel 1935 “figlia adottiva”.

“Adorare, Tacere, Gioire”, testamento spirituale di Rosmini, fu la bussola per Angelina Lanza che orientò su queste parole tutta la sua vita. L’autrice è una figura complessa che può risultare difficile da cogliere, rimane però l’incanto del suo libro, la poesia dei suoi capitoli, le semplici pagine che scivolano nella lettura, dove troviamo Il gatto Carboncino, i cari sedili, l’antica quercia.

Parole che risvegliano in noi antiche emozioni e che personalmente ancora mi appartengono, quei posti li conosco bene, hanno fatto parte delle mie villeggiature per oltre vent’anni.

Angelina Lanza ha terminato la sua vita nel 1936 a Gibilmanna nella sua casa e se Vincenzo Consolo, scrittore marxista lontano dalle idee della scrittrice palermitana, l’ha voluta inserire nel suo romanzo “Nottetempo casa per casa”, immaginandola seduta in chiesa accanto al satanista Aleister Crowley (santità e dannazione), è segno che il suo “libricino” non è passato inosservato, ha avvolto d’armonia e grazia chiunque l’abbia letto.

E se, oltre la lettura del libro, per caso vi venisse voglia di andare a vedere quei posti, la casa sulla montagna è ancora là, con il suo bosco, i suoi picchi, le sue finestre aperte su un mondo fatto di buone cose, di bellezza e amore.
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