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La Serra affrescata voluta dal Re di Francia nel paradiso botanico: Palermo da scoprire

Tra ipogei e gallerie di epoca incerta, la Fossa della Garofala è un'ampia vallata ricca di specie botaniche esotiche e macchia mediterranea con pure un "castelletto"

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 11 novembre 2019

La "Serra affrescata" voluta da Luigi Filippo d’Orleans a Palermo

Ugo Falcando, alla fine del 1100, in una Epistola scrisse la sua disperazione per la morte di Guglielmo II. In essa descrisse il territorio che circondava Palermo: "generosa pianura, degna di essere esaltata, in ogni tempo, che racchiude nel suo grembo ogni specie di alberi e di frutta, che da sola offre tutte le delizie presenti in ogni luogo, con gli incanti del suo florido paesaggio avvince a tal punto che, chi ebbe in sorte di vederla una volta, a stento, per qualsiasi lusinga, potrà mai staccarsi da essa".

Grazie al clima mite e all’abbondanza dell’acqua, il territorio intorno a Palermo era un grande giardino, bellissimo da vedere, che produceva molti tipi di prodotti agricoli. La copertura vegetale naturale fu arricchita da alberi e colture.

Uno dei territori più incantevoli era la Fossa della Garofala, un’ampia vallata ricca di ipogei e galleria di epoca incerta (usate probabilmente per fini sepolcrali) e complessi sistemi di irrigazione, di specie botaniche esotiche e di esemplari di macchia mediterranea: si estendeva lungo le rive del fiume Kemonia, esattamente tra l’odierno corso Pisani e la cittadella universitaria di viale delle Scienze.

Fu così denominata dal nome del proprietario, Onorio Garofalo, un ricco mercante che possedeva la zona alla fine del XV secolo. A causa della sua conformazione geologica, l’intera area fu utilizzata come cava a cielo aperto per l’estrazione di materiale edile dal periodo punico e romano fino al XVII secolo. Quando non fu utilizzata per questo scopo fu destinata al solo uso agricolo.

Nel 1775, sul Piano di Santa Teresa (attuale piazza Indipendenza) l’abate Giovanni Francesco Monroy e Morso fece edificare il corpo principale di quello che in seguito sarebbe diventato il Palazzo d’Orleans. Il modesto fabbricato era sostenuto da un muraglione a strapiombo che dava sulla Fossa della Garofala. Dal 1784, l’edificio fu acquistato dal mercante don Antonino Oliveri che apportò alcune modifiche: fece abbattere una casa limitrofa, provvide alla sopraelevazione del terzo piano e lo ampliò.

Nel 1797, Giuseppe Reggio, principe di Aci, acquistò diversi appezzamenti nella Fossa della Garofala e vi realizzò la Casina del principe Aci (odierno corso Pisani), un palazzo neogotico ed una stazione agricola sperimentale. Ciò modificò l’aspetto originario della zona.

Secondo una guida della città di quell’epoca vi erano "Prati irrigabili, orti abbondanti di varie sorti di piante e molte altre terre sono ingombre di fragole, tanto nostrali, che straniere. Vigneti con differenti specie di uva, anche esotica. Copiosissimo è il numero degli alberi fruttiferi di tutte sorti, ed infiniti quelli silvestri, sparsi gli uni e gli altri nei differenti terreni o piani, or a forma di piccole colline, e di varie vallate, formando una varietà, che presenta dei bei colpi d’occhio per dilettare color che vi passeggiano. Abbondante è l’acqua condottavi espressamente dal Gabriele, che si conserva in urne e in fontane. Più sedili, vasi e statue di marmo adornano questa villa, e vi si osservano delle grotte naturali ed artificiali, per uso di stalle, e di ricovero per gli animali".

Una porzione di questa grande tenuta fu acquistata nel 1809 da Ferdinando IV per donarla alla figlia Maria Amelia in occasione delle nozze con Luigi Filippo d’Orléans, futuro re di Francia.

Sul luogo si trovava un antico corpo di fabbrica che fu trasformato. Le opere di ristrutturazione che il duca d’Orleans apportò durarono dal 1810 al 1814 ed interessarono soprattutto la parte interna dell’edificio e realizzò, insieme alla sua consorte Maria Amelia di Borbone, una serra dove impiantò alcune specie botaniche poco conosciute, di provenienza esotica, la cui coltivazione prevedeva l'utilizzo serre riscaldate e fece affrescare le pareti dall'adornista Don Giuseppe Di Lauro.

La cura del Parco fu affidata a Vincenzo Tineo, direttore dell'Orto Botanico di Palermo. Fu quest’ultimo che nel 1814 descrisse minuziosamente le varietà delle piantagioni che si trovavano sul luogo. Il sito fu meta di alcuni viaggiatori francesi quali Guy de Maupassant, Hyacinthe Camille de la Motte-Ango, Marquis de Flers, Gastone Vullier e René Bazin.

Nel 1844 Maria Amalia donò al figlio Enrico d’Aumale il palazzo e il parco fu ulteriormente ingrandito fino a essere esteso 67 ettari e rappresentare una tra le più grandi tenute della Conca d’oro.

Il Palazzo d’Orleans, in seguito, passò per eredità a Luigi Filippo Roberto d’Orleans che vi morì nel 1926, poi alla sorella Maria Amalia, regina del Portogllo che due anni dopo lo cedette al cugino Giovanni, duca di Guisa.

Alla fine del XIX secolo, il parco ebbe una fase di abbandono. Nel 1940, il palazzo fu requisito dal Governo italiano e nell’agosto del '43 fu sede degli Uffici alleati per passare nel '47 alla Regione siciliana che la utilizzò come sede della Presidenza.

Nel 1950, la Commissione di conciliazione italo-francese impose la restituzione dell’immobile al proprietario (Enrico, conte di Parigi) che lo vendette definitivamente alla Regione nel 1955. Da quella data ritornò ad essere sede della Presidenza della Regione siciliana.

Un’altra parte del Parco, nel 1950 fu acquistata dall'Università di Palermo che vi costruì la Facoltà di Agraria. Alle spalle della Facoltà, ancora oggi, si snoda una parte della Fossa della Garofala. Proprio in questa porzione, ricadeva la Serra affrescata.

Nel 2014, dopo l’interessamento e l’esposto di alcune Associazioni culturali cittadine (Pro loco Nostra Donna del Rotolo, Salvare Palermo, Mirto verde, Wwf Palermo) che denunciarono lo scempio perpetrato sul luogo, utilizzo come discarica abusiva di rifiuti speciali (computer, tastiere, toner e stampanti in disuso e ammassati sugli affreschi ottocenteschi).

Fu perciò avviata una bonifica e con la collaborazione della Soprintendenza alle Belle Arti, fu avviata una indagine diagnostica per valutare i danni.

Esaminando una porzione-campione delle superfici pittoriche che rappresentano un tempio greco su uno sfondo campestre molto suggestivo, si determinò che i colori "appaiono oggi leggermente sbiancati per le abrasioni superficiali" mentre, le stuccature "presentano distacchi lungo i margini e numerose lacune concentrate soprattutto lungo la fascia inferiore delle superfici decorate".

Fino al 1950 circa, la configurazione della Fossa della Garofala, specialmente dal lato di corso Pisani, non aveva subìto grandi mutazioni. Con la costruzione di nuovi palazzi, l’originaria cortina edilizia è mutata.

Il grande giardino retrostante la casina del principe Aci non c’è più, al suo posto si ergono enormi palazzi. Con una più ragionevole pianificazione urbanistica, si poteva mantenere pressappoco immutato il volto di questo antico territorio.

Per quanto riguarda la "Serra affrescata" voluta da Luigi Filippo d’Orleans, dispiace che proprio un luogo di cultura non l’abbia tenuta nella giusta considerazione.

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