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Le origini della sua pittura sono nel cinema: in atelier con l'artista catanese Samantha Torrisi

La personale ricerca dell'artista, sedimentata con quotidiana fatica di bottega, è legata prepotentemente a quelle contaminazioni provenienti dal globalismo imperante ancora oggi

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista, storico dell'arte
  • 8 ottobre 2021

Samantha Torrisi

Nelle opere degli ultimi anni di Samantha Torrisi è possibile ritrovare atmosfere tipiche della poetica espressiva di Ottone Rosai e quella leggerezza monumentale delle nature morte di quel gigante a tratti solitario del Novecento italiano che fu Giorgio Morandi.

Che si tratti di paesaggi più o meno urbani o agresti, di luoghi inventati o reali, che si respiri aria di tramonto o di albe, le rarefazioni dell'artista catanese avvolgono lo spettatore rapito da quella tranquillità transitoria che anima le sue opere in egual misura che siano piccoli o grandi formati.

Nata a Catania, si forma al Liceo Artistico Statale di Acireale diplomandosi all’Accademia di Belle Arti catanese in Pittura con Salvo Russo nel 2002 quale suo relatore con una tesi interessantissima e innovativa in quegli anni di transitoria confusione post 11 settembre dal titolo Contaminazioni e mutazioni dell'immagine nella società contemporanea.

Gerhard Richter e Eduard Munch ma soprattutto Wim Wenders, Luigi Ghirri e Gregory Crewdson tra i suoi punti di riferimento in un percorso artistico individuale votato interamente ad una ricerca espressiva che partendo dalle arti visive, dal cinema e dai mezzi espressivi mediali e tecnologici, ha portato la sua pittura a possedere una incisiva dinamicità pur nell’apparente fermo immagine tipico delle superfici dipinte.



«Le origini della mia pittura – mi confessa – sono nel cinema, in quell’effetto indefinito del video… cerco sempre di arrivare alla sensazione delle cose», ed è forse quest’effetto di passaggio tra il medium dinamico del video e quello statico della superficie dipinta, il segreto della fortissima empatia creativa dei temi narrativi torrisiani.

Ma se è pressoché scontata l'appartenenza della Torrisi, attivissima anche nella grafica editoriale, alla generazione di quegli artisti siciliani ancora generatori di bellezza con radici stabili e avvolte nella irrequietezza di una terra “isolata” quasi per statuto e non solo geograficamente, la sua personale ricerca sedimentata con quotidiana fatica di bottega, lega prepotentemente le sue sperimentazioni creative con quelle contaminazioni provenienti dal globalismo imperante ancora oggi.

È incedibile ad esempio, quanto sia riuscita a creare nel bidimensionale di velature apposte come strati sulla tela, l'idea contemporanea di Non-luogo di Marc Augè per cui le sue nebbie diventano proprio non-luoghi della memoria, leggeri e intangibili, puntuali compagni della narrazione che filtra quel che sta accadendo subito dietro di esse.

Lockdown e pandemia non hanno minimamente scalfito o impressionato il lavoro dell’artista catanese che ha potuto approfittare di tempi assai più diluiti con minori distrurbi e rumori di fondo per riscoprire il talento naturale della lentezza.

Il suo rapporto con Palermo si è altresì potenziato e dopo l'ultima personale "Dell’infinito il nulla" alla Galleria Veniero curata da Francesco Piazza (2019), è tornata sempre sotto la curatela di quest'ultimo al Museo Riso con Canone Doppio successivamente alla tappa greca di Salonicco.

Sarà possibile ritrovare e osservare le sue opere nebbiose e lievi ancora a Taormina fino al 14 Novembre per Le Cento Sicilie. Il più ibrido dei continenti a cura di Diego Cavallaro e Giuseppe Vella presso Palazzo Ciampoli e per tutto il mese di Ottobre da Eglise a Palermo nella collettiva sui libri d'artista per la valle del Belice curata da Cristina Costanzo.

Intanto, mentre sono in preparazione progetti a Parigi, Milano e Genova, e mentre l'artista procede a creare all'ombra della forza dirompente dell’Etna e nella suggestiva luce della sua nuova casa-atelier nuove opere, il consiglio è quello di non perdere l'occasione di toccare con lo sguardo quelle sue atmosfere impresse con antica misura per alimentare le nostre necessarie reazioni emotive.
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