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Lo dicevano gli arabi, ma in Sicilia è un'altra cosa: tutti i (veri) significati di "Sabbinirica"

Forse non lo sai, ma questo modo di salutare deriva da una frase in arabo. Noi, oltre ad averlo tradotto, ne abbiamo allargato gli usi: ecco quando e come dirlo

Alessandro Panno
Appassionato di sicilianità
  • 7 agosto 2023

"Il Saluto" di Fernando Botero

Anni fa, mi ritrovai a frequentare, piuttosto assiduamente, il paese di Pollina, bellissimo borgo siciliano, arroccato a circa 800 metri sopra il livello del mare, ma nel quale, più che altro in inverno, il massimo divertimento era giocare a nascondino tra la nebbia e partecipare alla funzione domenicale.

Inevitabile che l’arrivo di uno "straniero" commu a mia, destasse quantomeno un po' di curiosità e diffidenza negli autoctoni, anche se, alla fine, dimostrando che in fin dei conti ero assistemateddu, disponibile e non mi allattariavu a matula, riuscii in qualche modo a fare breccia, pur rimanendo, in ogni caso, quello che veniva ri in Paliemmu!

Fu un pomeriggio invernale, mentre i lupi ululavano e si aggigghiava ru friddu, che entrai nella solita panetteria/alimentari/rivendita di formaggi vastasi/vendita di fissarie sempre utili in casa, che in risposta al mio buonasera ricevetti un «Sabbinirica».

A pronunciarlo fu il figlio granni, quindici anni o giù di lì, della signora Maria, proprietaria della rivendita e probabilmente affetta da paralisi facciale dato che non l’ho mai vista quantomeno sorridere una sola volta.
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Ammetto che la cosa mi mise in allarme. Questo sabbinirica, dentro la mia testa, stava ad indicare che un "giovincello" come me era stato assegnato e catalogato nella cerchia di quelle persone che, raggiunta una certa età, meritavano questo appellativo, senza minimamente fare caso al fatto che alla fine me l’aveva porto un picciuttieddu che, in effetti, poteva anche percepirmi come n’antichcia chiù granni.

Mi feci incartare pane, formaggio ed una busta di biscotti alla manna e mennule, ed andai via immaginandomi con una barba bianca e cuppulicchia a dispensare consigli di vita vissuta ai più giovani nella piazza davanti la chiesa.

Ma questo apparentemente semplice saluto, "sabbinirica", ha una storia e un significato molto più complesso di ciò che possa sembrare.

L’origine etimologica potrebbe derivare da un’espressione dialettale dei Siqilli, ovvero quella fetta di arabi del tutto sicilianizzati esistiti tra il IX ed il XIV secolo, che recitava «As-Salam alikum wa rahmatu Llahi wa barakatuhu», ovvero "Su di voi la pace, la misericordia di Dio e la sua Benedizione», ovvero, «a tia l’ abbentu do Signuri, e ca iddu si pigghiassi cura ri tia».

Una frase talmente semplice da pronunciare che, i nostri avi, prima ca si inturciunasse a lingua, abbreviarono solo in «As-Salam Alikum» che con il passare del tempo, e la cristinianizzazione massiccia, divenne il nostro “sabbinirica”, che altro non è che una richiesta, rivolta a persona degna di rispetto ed ossequio, di intercedere presso l’Altissimo affichè quest’ultimo possa benedirlo.

Siccome pari cosa brutta, a bone e bonè, si rispondeva a tono usando alcuni espressioni, le cui più gettonate erano, almeno alcuni anni fa:

"Santu" (Santo)

"Binidittu" (benedetto)

"Santu e riccu nzinu a Pasqua" (Santo e ricco fino a pasqua)

"Santu, riccu e co bonu distinu" (Santo ricco e con buona fortuna)

Ed infine "Binidittu Iddiu" (benedetto Dio).

Nel tempo, u “sabbinirica” cominciò ad essere usato insieme a degli appellativi, che rafforzavano u rispiettu e, nei casi in cui ci si rivolgeva a persona particolarmente distinta ed influente, (anche in senso negativo), o a u patrune, una certa forma di sudditanza.

Così al “sabbinirica” si anticipava un vossia (voi), anticamente usato dai figli nei confronti dei genitori e delle mogli nei confronti del marito, voscenza (vostra eccellenza dallo spagnolo vuestra excelencia), e Don (derivante dal latino dominus, ovverosia maestro o padrone), quest’ ultimo poi usato, purtroppo, in ambienti non proprio limpidi.

Anche la gestualità abbinata, come ci insegna il buon Pitrè nel suo "Il linguaggio dei gesti in Sicilia", aveva un peso non da poco, per cui nel pronunciare un «voscenza sabbenirica», era cosa i rispiettu il gesto dello scappellarsi, ovvero togliere o solo toccare, (questo riservato solo ai piu abbienti), il copricapo in segno di riverenza o saluto.

Nostalgicamente parlando, ho ancora in mente l'immagine di mio nonno che tra pollice ed indice toccava la tesa del Borsalino quando doveva salutare un conoscente, arrivando persino a fare un accenno di inchino nel caso si trattasse di una signora.

Con l'avanzare dei tempi ed il dissolversi di certe abitudini, lo "scapellarsi" assunse altro significato, ben diverso dall’originale, e venne usato come pigghiata pi fissa quando si voleva denigrare qualcuno che pretendeva riverenza senza averne alcun diritto.

Pare che, nei confronti di personalità che potessero avere un basso lignaggio, si usasse il termine gnuri, derivante forse dalla parola signuri, o molto più probabilmente, da 'gnurante, (ignorante), inteso, ai tempi, come persone non stupida, ma di scuole basse ed abituata a vivere in strada con tutte le sue regole e sotterfugi, motivo per cui i cocchieri e vetturini, cominciarono ad essere identificati in tal modo, essendo eccellenze dell’università della strada.

Quando la persona semplice cominciava ad essere degna di particolare ossequio, vuoi per età o posizione sociale, veniva usato l’appellativo "Zu", «sabbinirica zu Vicienzu!!», mentre quando si aveva a che fare con artigiano particolarmente esperto si usava il termine mastru, «sabbinirica mastru totò».
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