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Luz Long riposa sepolto in Sicilia: la storia (bella e triste) dell'atleta che sfidò Hitler

L'atleta olimpico fece un gesto di straordinario coraggio alle porte del peggiore inferno razzista del secolo scorso, regalando allo sport e all'Umanità un gran giorno

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 13 gennaio 2021

Luz Long e Jesse Owens (foto dal web)

-IN DIESER KRIEGSGRABERSTATTE RUHEN 4561 DEUTCHE GEFALLENE VON IHNEN BLIEBEN 451 UNBEKANNT. 1939-1945 IN QUESTO MAUSOLEO RIPOSANO 4561 CADUTI GERMANICI, 451 SONO RIMASTI SCONOSCIUTI-

Sono queste le parole scolpite sulla superficie marmorea della targa appesa ai filari di mattoni che costituiscono il perimetro murario del piccolo cimitero di guerra germanico, posto sulle colline del comune catanese di Motta Sant’Anastasia. Lo progetta e realizza tra il 1961-65, in piena guerra fredda, l'architetto tedesco Diez Brandi, che come ha recentemente ricordato Giuseppe Di Benedetto è stato “allievo e assistente di Paul Schmitthenner, esponente emergente di quella parte tradizionalista dell'architettura tedesca del Novecento che strumentalmente è stata trascurata dalla storiografia contemporanea.”

Progetto interessante e poco noto, dotato di una semplicità compositiva disarmante e breve, che affida ai muri il compito di dividere le camere sepolcrali a cielo aperto (prive di alcuna copertura), spazi i cui pavimenti restano lastricati dai nomi dei caduti tedeschi che nell’estate del 1943 persero la vita nel territorio siciliano durante i trentotto giorni di feroci combattimenti dell'operazione Husky.



A guardarlo dall'alto sembra quasi il ritrovamento archeologico, come tanti in Magna Grecia, di un sacro recinto arcaico, vecchio custode di chissà quali segreti, moniti, insegnamenti, storie quasi tutte ancora da scoprire o riscoprire. Tra le tante storie riversate all'interno di questo “fortino del ricordo silenzioso”, tra le vite mai vissute di molti dei giovani soldati che qui riposano anche senza nome, brilla la storia di quel giovane atleta inquadrato nelle truppe della Wehrmacht nazista, che soli pochi anni prima gareggiò salendo sul podio alle olimpiadi di Berlino 1936.

Parliamo di Luz Long, biondo atleta tedesco, alto 184 cm, secondo nel salto in lungo soltanto all’imbattibile atleta afroamericano Jesse Owens, entrati entrambi “insieme” nella storia dello sport mondiale per aver scritto in tempi rabbuiati come la metà degli anni Trenta, una delle pagine più suggestive e luminose della nostra contemporaneità non semplicemente sportiva.

È noto infatti l'episodio in cui il giovane tedesco, accortosi delle difficoltà in fase di prequalifica dell'atleta statunitense già vincitore e medaglia d'oro nei centro metri piani (appena il Giorno precedente), gli si avvicini per suggerire di staccare prima del limite utile, posizionando un asciugamani in prossimità del bordo pista. Owens si fida, salta in prossimità del segnale, si qualifica e infine vince e batte Long che nella finale si ferma dietro di circa trenta cm e con un turno in anticipo.

Gli sarebbe bastato “farsi i fatti suoi”, lasciare Owens orfano della sua esperienza nella conoscenza diretta del luogo e Long avrebbe sicuramente vinto il suo primo oro olimpico “in casa” divenendo il beniamino del terzo Reich e di Hitler, che gli avrebbe sicuramente tributato onori e privilegi degni di un eroe del popolo; un “ariano” che dimostra la superiorità “germanica” su tutti mentre il campione americano “di colore” nemmeno si qualifica, e tutto ciò nel cuore della Germania nazista al culmine della popolarità mondiale sarebbe stato, per il dittatore, un successo inestimabile e ambitissimo.

E invece accade l’impensabile, i gerarchi presenti in tribuna non riescono a crederci, Owens stravince stabilendo persino il nuovo record mondiale, vince a Berlino nello stadio costruito per il suo Fuher dall'architetto Werner March, mentre Leni Riefenstahl realizza uno dei suoi capolavori cinematografici più moderni; Owens vince e si concede persino il giro di campo abbracciato con l'atleta tedesco sotto sguardo impietrito di Hitler e le ovazioni del pubblico. Un successo per lo sport, un disastro per la culla della “banalità del male”.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale svilì ogni successo e, sebbene quel suo secondo posto sul podio non generò punizioni evidenti, concorse a cancellare ogni possibile privilegio per Long compresa l'esenzione dal reclutamento sulla linea diretta del fronte.

Inquadrato nei reparti contraerei, il giovane Luz va incontro ai capricci della grande grande storia nell'estate 1943 col suo reparto della Luftwaffe di stanza in Sicilia, come servente alle batterie dei temibili 88 della contrarea di supporto all'aeroporto di Biscari (Acate) inquadrato nella divisione H. Goering. Ferito all'alba dello sbarco angloamericano, Long muore il 14 luglio in un ospedale da campo.

Ha appena trent'anni, lascia la moglie e il figlio e una vita tutta da scrivere e mai scritta con lo spirito di grazia lasciato sul campo dello stadio di Monaco. Luz Long, l'atleta olimpico che seppe avere un gesto di straordinario coraggio alle porte del peggiore inferno razzista del secolo scorso è ancora sepolto in Sicilia, insieme al suo spirito nel piccolo cimitero militare di Motta Sant’Anastasia, tra la grandezza sapientemente misurata dei materiali semplici a delineare spazi minimali.

Forse, una scultura che ne ricordi l'esempio e la complicità con quel podio condiviso con la storia, sarebbe la migliore risposta che la nostra contemporaneità distratta, possa ancora dare contro ogni forma di ingiustizia, comprese quelle strane letture di parte che annientano persino gesti ispiratori importanti, solo perché compiuti dai giusti inquadrati nelle fila sbagliate, gesti che altresì, proprio per tale condizione, dovrebbero trovare maggiore rispetto.

Luz Long così come Klauss Von Stauffemberg, rappresentano ancora oggi due figure emblematiche e iconiche di quell’Europa novecentesca che non si arrese alla barbarie e che vi seppe distinguersi contro, il cui esempio rispettivo merita sicuramente narrazioni più diffuse e condivise e un'attenzione coerente al messaggio positivo compiuto contro ogni forma di disumanizzazione.
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