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Macalda di Scaletta: chi era la femme fatale a capo dei "Cornuti e contenti" della Sicilia

Scopriamo la storia della baronessa di Ficarra. Ecco da dove veniva questo bellissimo gioiellino del creato che era meglio una polmonite che incontrarla per strada

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 20 gennaio 2021

Il dipinto di "Dalila e Sansone" di Pieter Paul Rubens

Macalda l’aveva calda, ma calda! Aveva la testa così calda che non ci si poteva ragionare. Eva al confronto era un fiorellino di cucuzza, Poppea avrebbe potuto prendere da lei ripetizioni, Dalila di Sansone una mousse alla fragola.

Femme fatale, cortigiana, dark lady, laureata in viperologia applicata con dottorato in corna aggravate e tradimento antropologico, Macalda di Scaletta, poteva vantare di titoli importantissimi quali baronessa di Ficarra, Gran Duchessa di Escort, nonché presidentessa degli archivi dei "Cornuti & contenti", reali, vari ed eventuali (baronessa di Ficarra però lo era veramente).

Inquadrata la carta di identità andiamo a vedere chi era e da dove veniva questo bellissimo gioiellino del creato che era meglio una polmonite che incontrarla per strada.

Macalda di Scaletta nasce a Scaletta (un comune della città di Messina) nel 1240 circa; quindi, per inserirla all’interno di un contesto preciso, possiamo dire che nasce dieci anni prima della morte di Federico II e vive a cavallo dei famosi “Vespri Siciliani” di cui il secondo dei suoi mariti fu anche uno protagonisti.



Bella, sensuale, astuta, dotata del più letale dei veleni (la bellezza appunto) Macalda veniva da origini umilissime. Il nonno, tale Matteo Selvaggio, era un semplice servo che puzzava dalla fame alle dipendenze dell’allora custode del castello demaniale di Scaletta.

E lui, che ogni volta che prendeva il salario, augurava al suo sovrapposto di campare cent’anni e oltre (vuol dire niente!), ebbe il gran dispiacere (vuol dire niente ancora più grosso!) di vederlo morire di subito perché gli venne un colpo e, fortunosamente, per volere di Federico II, s’appropriò del castello dove per anni aveva fatto il galoppino.

E siccome la fortuna di chi è non ci si può levare, gli capitò un bel giorno di trovare un tesoro sepolto proprio nella nuova proprietà e diventare di colpo ricco, bello e rispettato, perché i piccioli fanno venire la vista agli orbi, e di cambiare così il cognome in Scaletta.

Figlio laureato e impostato, sistemato con un bel matrimonio di interesse, castello ristrutturato, in fine, dopo tutte queste soddisfazioni, coronò la sua vecchiaia con due nipotini per gentile concessione della cicogna: Matteo II e Macalda.

Fattasi donna, Macalda, ha la fila di masculazzi dietro la porta tipo alla posta il giorno delle pensioni. Chi arriva con la foto del conto in banca, chi spunta col macchinone, chi elenca le case a mare con la scaletta direttamente sulla spiaggia libera... niente da fare.

Alla fine, il vincitore della lotteria è un certo Guglielmo Amico, ma mica perché era meglio degli altri, piuttosto perché è barone di Ficarra e quel titolo nobiliare alla famiglia di Macalda più “amico” di così non può tornare.

«Vuoi tu prendere come legittimo sposo Guglielmo... in salute e malattia, in ricchezza e in povertà?». Alla faccia del «Sì, lo voglio», manco il tempo di diventare baronessa che Guglielmo si ammala, lo accompagna all’ospedale dei templari e, con la scusa che si va a comprare le sigarette, Macalda sparisce e non si fa vedere mai più.

Dove se ne va? Non ci crederete ma si traveste da frate minore e comincia a viaggiare tra Messina e Napoli. A Napoli incontra un suo parente che non la riconosce, o forse aveva una perversione verso i frati minori, e ci finisce sotto le coperte; a Messina idem con patate con un altro suo lontano parente (bella famiglia erano!).

Il tempo va, passano le ore, e Macalda si trova alla corte di Carlo D’Angiò che ne apprezza le qualità, e forse pure qualcos’altro. “Non ti preoccupare, ora te lo conzo io un altro matrimonio”, gli fa il re Angioino. Macché, piede sei, piede sette, piede otto, pippiti, pappiti e un biscotto, a Carlo D’angio gli finisce peggio di re Artù con Lancillotto.

Eh si, perché il marito prescelto, nonché Alaimo da Lentini, Gran Capitano Giustiziere, sarà uno dei protagonisti dei Vespri Siciliani e a Carlo gli farà barba, capelli e un biglietto di sola andata per «Dove vuoi tu basta ti vai a rompere le corna da un’altra parte» (il Signore Degli Anelli in confronto è la trama di Carosello).

Quello che però Alaimo ignorava è che gli sarebbe convenuto di gran lunga farsi pure lui quel biglietto e scappare in compagnia di Carluzzo D’angiò perché, anche per colpa del bellissimo acquisto che aveva fatto con sua moglie, anni avanti, su una nave che torna da Barcellona, all’altezza dell’isola Marettimo, verrà condannato a morte, infilato dentro un sacco, e un buttato in mare con delle zavorre.

Intanto, ma prima della fine di Alaimo, spunta Pietro D’Aragona al posto del D’Angiò in qualità di re di Sicilia. E mentre suo marito sbriga camurrie a destra e sinistra, Macalda che fa? Viene a sapere che il Pietro D’Aragona è a Randazzo e si presenta tutta intillicchiata, mezza nuda e con una mazza d’argento in mano.

Pietro mica era scemo, lo capisce subito che Macalda malafemmena è: per non saper leggere né scrivere, anche perché vedendo la mazza d’argento qualche malo pensiero doveva esserselo fatto, chiama i cavalieri e la fa accompagnare subito subito in albergo. Pietro era uno un uomo tutto d’un pezzo ma Macalda in quanto malarazza manco ci scherzava. E, di fatti, dove va il re, lei ci corre appresso perché sta cosa del rifiuto non le cala manco a secchiate di Brioschi.

Finalmente, dopo tanto correre, raggiunge il re nel castello di Santa Lucia dei Mela e gli chiede di essere ospitata. Il povero disperato le lascia stanza e se va lui in albergo, ma inutilmente perché lo segue pure lì. “Ma chi me l’hanno lasciata i morti?”.

Pietro è troppo fedele a sua moglie e Macalda si deve mettere l’anima in pace accontentandosi di essere ospitata a corte: “Con tuo marito però!” Se la prende così a male, ma così a male, che a corte comincia a fare l’antipatica con la regina Costanza II facendole dispetti e ripicche tutto il tempo.

Improvvisamente impazza il gossip del momento: suo marito Alaimo se la fa con Carlo lo Zoppo, il figlio di Carlo D’Angiò. “Se la fa” nel senso che vengono trovate lettere amichevoli sia con lui, che peggio ancora col re di Francia (si teme una congiura). Alaimo e Macalda verranno arrestati.

Lui fino a che Pietro campa avrà vita salva, morirà per decisione dei suoi figli già sapete come. Macalda sarà rinchiusa nel castello di Matagrifone di Messina dove sfoggerà ancora le sue vesti e giocherà a scacchi con Margam Ibn Sebir, emiro di Gerba, pure lui prigioniero.

Della morte non ne parliamo, la lasciamo lì mentre gioca a scacchi perché su di lei ci torneremo molto presto.
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