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“Le couperet”, gran film di denuncia fotografia dei nostri tempi

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 13 marzo 2006

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Le couperet (Cacciatore di teste)
Francia, Belgio, Spagna, 2005
di Constantin Costa-Gavras
con José Garcia, Karin Viard, Geordy Monfils, Christa Theret, Ulrich Tukur, Olivier Gourmet, Yvon Back

È un sensazione assai piacevole quella che si prova quando ci si risveglia al mattino dopo una notte tormentata da sogni agitati, diciamo pure incubi, e ci si rende conto della propria realtà, per fortuna assai diversa da quella che ha appena impegnato funestamente la nostra mente, illudendo pur se nel sonno i nostri sensi. Ci sentiamo risollevati e anche animati da un certo spirito positivo verso tutto quel che ci circonda. Bene, è un sentire diametralmente opposto a questo quel che invece ci accompagna durante la visione del film “Le couperet”, da noi diventato “Cacciatore di teste”, bellissimo ultimo lungometraggio di Constantin Costa Gravas che con quest’opera conferma il suo profilo di cineasta impegnato da sempre in opere di denuncia. Questo film infatti completa adeguatamente quell’elenco di sue pellicole di forte impegno sociale, quali “Zeta, l’orgia del potere”, “Missing” (1982), “Music box” (1989) e “Amen” (2002). Quel che contraddistingue però questo “Le couperet” dai suoi precedenti lavori, è il profondo tono di rimprovero del regista nei confronti di una società che si sta autodistruggendo, che ha ormai perso di vista ogni valore etico e che arriva ad ammettere, seppur con una qualche condizione, la machiavellica temibile massima “il fine giustifica i mezzi”. È un’Europa dolente quella che qui ci viene mostrata. La vicenda è ambientata fra la Francia e il Belgio, dove dietro l’apparente compostezza delle villette linde e gradevoli alla vista, impera una realtà dura e ingiusta corredata in tono da una televisione violenta e volgare e da immagini pubblicitarie di donne seminude ovunque.



Che quindi l’animo di ciascuno (e il proprio immaginario) sia violento e belligerante, appare conseguenza inevitabile. Il protagonista Bruno Davert, valido chimico e dirigente della cartiera presso la quale lavorava, interpretato da un bravissimo José Garcia, viene licenziato. Quando la condizione di disoccupato comincia a diventare per lui insostenibile, comincia ad escogitare un terribile piano per riuscire a ottenere un impiego che gli consenta di garantire un futuro ai suoi figli. Un film duro, anche ironico, ma terribilmente duro. Soprattutto perché, per quanto il comportamento del protagonista sia esagerato, il contesto non è per nulla assurdo, ma anzi estremamente reale. Una società assolutamente allo sfacelo dove in nome della new economy si sta distruggengo un tessuto sociale e umano di valori fondanti, fino a pochi anni fa, la vita della collettività. Riduzione del personale, delocalizzazione, ristrutturazione e quindi disoccupazione, queste parole le sentiamo più volte ripetute nel film e purtroppo sappiamo quanto siano prese direttamente dall’oggi, dalla realtà delle nostre fabbriche e industrie. Ecco allora che quel che ci turba profondamente non sono le immagini volgari, la tv violenta (persino un suicidio in diretta), i blocchi stradali in difesa del salario, tutto quello che il film ci racconta insomma, compreso il folle comportamento del protagonista, bensì la terribile constatazione che nulla è esagerato, ma siamo solo di fronte ad una triste fotografia dei nostri tempi. E pur in questo mare di avvilimento il regista, grande come ai tempi del suo "Z - L'orgia del potere", riesce a raccontare questa storia con un pizzico di ironia.

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