TEATRO

HomeMagazineCulturaTeatro

Nelle opere di fango la poesia del dolore

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 5 agosto 2004

A Palermo fra i ruderi della seconda guerra mondiale, in una piazza restituita di recente alla città in un ritrovato splendore, piazza Magione, in un teatro, il teatro Garibaldi di via Castrofilippo 30, che per il suo fascino magnetico pur nell’evidente stato rovinoso sembra incarnare l’essenza stessa della città, dignitosamente bella nonostante la sporcizia e le macerie, in questa cornice così terribilmente consona, nei giorni 15, 16 e 17 luglio è andata in scena l’ultima opera del drammaturgo palermitano Franco Scaldati, “Pupa Regina Opere di Fango”, per l’ottima  regia di Marion D’Amburgo e Lucia Ragni, che ne sono anche le brave interpreti, con le scene e i costumi di Franz Prestieri e le musiche originali di Rosario Del Duca. I sussurri che sembra possano talvolta provenire da dimenticati simulacri disseminati per quei luoghi dove dietro zagare e gelsomini si annidano dolori e angustie, qui prendono corpo e voce nelle due figure di donna, Pupa e Regina, protagoniste di questo notevole testo poetico intriso di dolore e violenza, che colpisce nelle viscere lo spettatore  ammaliato da una lingua, perché è bene ribadirlo la lingua di Scaldati è una lingua a sé, che ora seduce con innumerevoli immagini poetiche e costrutti ripetuti con ipnotica perizia, ora annichilisce per la forza con la quale il suo ritmo, toccando le corde più vere di una cruda realtà, viene stravolto da quelle vicende cupe e sordide  di una storia che così fu.



È un racconto tutto di dolore quello che qui si narra, il dolore di chi sa di non essere più, nella consapevolezza che il proprio sentire, carnale innanzitutto, e le sensazioni più vere sono quelle della carne,  può vivere solo nelle parole ormai, non avendo più quelle pulsioni, desideri e tentazioni  alcun corpo dove essere. E a questo proposito i fiori sulla scena, quel continuo odorarli, e l’acqua, costituiscono una bella evocazione dell’inesaudibile ma pur concreto desiderio di corporeità tanto struggente nelle due donne. Ed ancora è dolore quello di cui è pervasa la loro esistenza, Pupa e Regina, le due prostitute innamorate insaziabilmente l’una dell’altra, una delle quali forse uccisa dal protettore geloso del loro amore, una bieca esistenza il cui squallore è qui pienamente rievocato (terribile ad esempio per l’indicibile brutalità l’elenco di prezzi e prestazioni).

E sempre è con dolore che la violenza di quella realtà ci arriva, violenza nella sua dura verità, che senza alcun filtro risuona nello scenario di quel luogo teatrale profondamente in sintonia con tutto ciò,  il teatro Garibaldi appunto. E se tanto dolore non può che conferire santità a queste ultime della società, statue di sante infine si rivelano essere le due figure, icone di popolare sacralità ben raffigurate in tal senso dalla scena e dai costumi, in attesa di essere portate via in processione. Nella misurata regia che dona spazio e respiro ai contenuti e alla poesia del testo, si inseriscono poi le belle musiche originali, calzanti nella loro efficace semplicità. Lo spettacolo è arrivato a Palermo dopo una felice stagione in giro per i teatri di tutta Italia ed è nella terna degli spettacoli finalisti per il teatro di innovazione nell’ambito del Premio Olimpico indetto dall’Eti.

GLI ARTICOLI PIÙ LETTI DEL MESE