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“Osterie d’Italia”, la bibbia del mangiar bene

  • 9 gennaio 2007

Fresco di stampa e già presente nelle classifiche di vendita, “Osterie d’Italia 2007” (Slow Food Editore, 2006, pp. 907, euro 20,14) per il diciassettesimo anno consecutivo si propone come la più seria ed accurata guida del mangiarbene all’italiana. Il volume, curato da Paola Gho, illustra al suo smaliziato pubblico ben milleseicentocinquantasei luoghi di ristoro - osterie, trattorie, ristoranti, aziende agrituristiche – che disegnano la geografia della cultura del cibo in Italia. Dietro la pubblicazione di questo vero e proprio sussidiario della nostra classica cucina regionale c’è però una filosofia ferrea, i locali segnalati devono avere dei caratteri particolari, ovvero: autenticità dei sapori e fedeltà agli usi gastronomici regionali, e un legame ideale con le osterie di un tempo, contraddistinte dal gusto dell’incontro, dell’accoglienza e della convivialità.

Fondamentale, poi, è la costante attenzione al prezzo: se il conto supera una certa soglia il locale difficilmente può entrare nella guida. “Osterie d’Italia 2007” presenta diverse novità: centocinquantaquattro locali segnalati per la prima volta, quattrocentosettantanove “bottiglie” che evidenziano i posti che propongono una selezione di vini particolarmente ricercata, e duecentodiciannove “locali del buon formaggio”. Un’altra caratteristica della pubblicazione è il “Dizionario della cucina regionale”, che fornisce ai lettori definizioni chiare e coincise delle principali preparazioni tipiche. La chiocciola, ovvero il massimo riconoscimento che lo Slow Food attribuisce, nel 2007 è stata assegnata anche a nove osterie siciliane, tra le quali due operanti nella provincia palermitana: la trattoria Don Ciccio di Bagheria e il ristorante Nangalarruni di Castelbuono.
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Le descrizioni e le recensioni di queste autentiche soste del piacere, redatte da circa quattrocento collaboratori che l’editore sguinzaglia per tutta Italia, non sono banali e non di rado il lettore ha l’impressione di perdersi non solo nel ventaglio di proposte gastronomiche, ma anche nell’atmosfera che l’autore del pezzo vuole far respirare. Il volume è esauriente come quelli delle edizioni precedenti, e probabilmente andrà a ruba presso quanti vanno alla ricerca delle tavole che propongono le tradizioni locali. Parlando molto chiaramente, in nessuno dei posti elencati nella guida il lettore potrà correre il rischio di vedersi presentato un grande piatto con al centro uno “spruzzetto” di cibo coperto di prezzemolo. La filosofia dello Slow Food, per i pochi che non la conoscono, è diametralmente opposta.

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