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Scambi, scontri e incomprensioni fra "civiltà"

  • 18 settembre 2006

Uno scambio di culture, un incontro, un’amicizia, ma anche uno scontro, le difficoltà di comprendere una mentalità e un modo diverso di vivere nel mondo. Tutto questo è nell’ultimo romanzo di Tahar Ben Jelloun “Non capisco il mondo arabo” ( Bompiani. euro 8), presentato nei locali del Kalhesa di Palermo, un libro incentrato sul dialogo via mail tra Merieme, figlia dello scrittore, e Lidia una ragazza italiana.

Un rapporto interlocutorio ed una conoscenza che cresce tra le due adolescenti anche con brusche interruzioni, ma che ha come obiettivo la voglia di venirsi incontro, la curiosità di conoscere le rispettive culture riflettendo sui problemi che l’attualità giorno dopo giorno ci pone. Sono due ragazze molto diverse tra loro: Merieme vive in Francia in un ambiente sociale e familiare molto stimolante dal punto di vista culturale, una ragazza aperta, musulmana ma non praticante, già molto matura per le sua età; Lidia invece è italiana, vive a Bologna, ha il desiderio di conoscere questo mondo arabo su cui ha tanti pregiudizi e così vi si accosta rimanendo però molto spesso arroccata sulle proprie posizioni.
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Una corrispondenza, quella tra le due ragazze, che si fa leggere tutta d’un fiato e si muove sui grandi temi di cronaca internazionale degli ultimi tre anni: il problema dell’immigrazione, l’uragano Katrina, la fine della guerra in Iraq e l’arresto di Saddam Hussein, il rapimento di Giuliana Sgrena e degli altri giornalisti a Baghdad e infine la rivolta delle banlieu parigine. Temi di grandissima importanza su cui le nostre due protagoniste si confrontano in modo diverso, portando avanti le proprie posizioni e molto spesso trovando anche dei punti d’incontro.

Ma non solo di attualità si parla in queste pagine, ci sono anche i problemi adolescenziali, gli amori, le amicizie e le difficoltà tipiche di quel periodo. Un lavoro narrativo in cui il nostro autore ritorna ad assumere i toni pedagogici de “Il razzismo spiegato a mia figlia”, anche qui Ben Jelloun cerca di parlare ai giovani “terreno vergine”, come lui ci ha spiegato, su cui si può lavorare trasmettendo valori di solidarietà culturale in cui non ci siano barriere ma in cui prevalgano valori di integrazione, rispetto e solidarietà.

Oggi è realmente possibile questo dialogo oppure siamo di fronte a uno scontro di civiltà? Balarm.it ha colto l'occasione per chiederlo direttamente a Tahar Ben Jelloun. «Io non credo - ha detto - che siamo di fronte ad uno scontro di civiltà, ma ci troviamo invece davanti a un grande fenomeno di ignoranza che influenza scelte e comportamenti. I ragazzi sono una grande speranza e proprio perché più giovani sono più disponibili al confronto pacato, mentre per gli adulti tutto è più difficile».

Quel che è certo è che il problema delle etnie oggi è più vivo che mai, ma gli estremismi, da qualunque parte essi vangano, stanno incrinando lo scenario politico internazionale. La logica della “guerra preventiva” in Afghanistan e poi in Iraq, gli orrori di Guantanamo, la questione mediorientale ancora irrisolta e l’ultima lotta tra Libano e Israele, stanno pericolosamente allontanando questi due mondi. Il terrorismo non si combatte con la repressione e la logica del sospetto che ci fa guardare ogni musulmano come nemico, ma capendo il perché di determinate posizioni, non giustificandole, comprendendo invece come il mondo occidentale abbia gravissime colpe nei confronti di questi popoli. Questo libro si muove proprio su tale linea di equilibrio e di oggettività senza fare sconti a nessuno, promuovendo il dialogo e la conoscenza come strumenti fondamentali per una convivenza pacifica basata sull’integrazione e il rispetto.

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