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Migliaia di anni fa batteva già (la sua) moneta: Lampedusa e quel simbolo di un glorioso passato

Grazie a Nino, un architetto in pensione, si hanno fotografie, notizie e documenti sul glorioso passato dell'isola siciliana, sua terrà d'origine e della quale è tanto innamorato

Claudia Rizzo
TV producer
  • 5 aprile 2021

L'antica moneta di Lampedusa

C'è stato un tempo, prima che Cristo si palesasse, che Lampedusa si chiamava “Lopadusa”. In quell'epoca, nella piccola isola in mezzo al canale di Sicilia, esisteva una zecca che coniava monete, con molta probabilità situata nei pressi del porto naturale.

Non tutti lo sanno perché oggi, quando si parla di Lampedusa, il nome evoca immediatamente immagini contradditorie di sbarchi e tragedie in mare accanto a oasi paradisiache fatte di lingue di sabbia bianchissima che s’incontrano con acque cristalline e turchesi.

Eppure è proprio così. L'ultimo lembo del territorio italiano è un'isola ricca di storia, peraltro millenaria, «legata a quella dei popoli che in questo mare hanno vissuto, svolto i loro commerci e le loro guerre». Tracce del loro passaggio ve ne sono poche perché, come racconta Nino Taranto, «tutto ciò che è antico qui viene considerato vecchio e non degno di tutela».



Troviamo, quindi, «i massi delle costruzioni megalitiche macinati o utilizzati nei villaggi turistici, un residence al posto della necropoli paleocristiana e il ricordo, ormai lontano, di un castello demolito nel 1939 per la presenza di topi».

Il patrimonio artistico e archeologico, però, merita senza dubbio una chance in più. È per questo che, ormai qualche anno fa, nasce l'"Archivio Storico". Proprio a opera di Nino, un architetto in pensione di origini lampedusane così tanto innamorato della sua terra d'origine da voler condividere con il resto della comunità fotografie, notizie e documenti sul glorioso passato dell'isola.

Grazie a lui e al suo interesse nei confronti delle ricerche del numismatico svizzero Fabrizio Rossini, scopriamo quindi che quelle «monete, dal diametro di circa due centimetri, venivano coniate in bronzo e riportavano su un lato una testa barbuta cinta di alloro, che probabilmente era Zeus, e sull'altro un pesce, quasi sicuramente un tonno, con la scritta in greco Lopadoussaion, che significa "di Lampedusa"».

Una scoperta, questa, che dona un'immagine dell'isola decisamente diversa: non più uno scoglio nato dal mare e perduto nel tempo, ma «un territorio organizzato, politicamente autonomo e crocevia di importanti rotte commerciali, militari e culturali», dove la pesca, la lavorazione e il commercio del pescato (in particolare del tonno) avevano un ruolo tale da giustificare l'istituzione di una zecca locale.

È quindi «una necessità economica a determinare la scelta di battere moneta: serviva a far fronte alle esigenze di scambio quotidiano legate all'avvio dell'attività industriale di salagione del pesce documentata a Cala Salina. Ecco il perché anche dell'iconografia della moneta, che da una parte richiama la divinità per proteggere l'attività e dall'altra rintraccia nel tonno l'origine della ricchezza dell'isola».

Oggi di quelle monete, forse databili al IV secolo a.C., «sono stati rinvenuti pochissimi esemplari e nessuno si trova in Italia». Sono tutte all’estero, fra musei e collezioni private. Quello che, però, è possibile trovare a Lampedusa, in vendita all’Archivio Storico, sono delle copie che le riproducono in argento, bronzo e pasta vitrea.

«Partendo dalla ricerca di Rossini e dai disegni, abbiamo deciso di realizzare dei monili affidandoli a un laboratorio in provincia di Trapani» - ci racconta Nino - «Molto apprezzati dai turisti, che li comprano come ricordo del viaggio, abbiamo dimostrato che della ricerca storica si può farne anche una risorsa economica. Oltre al fatto che, valorizzando la storia e il patrimonio dell’isola, si può diversificare e ampliare il turismo».

L’architetto cinese Wang Shu diceva che «smarrire il proprio passato significa perdere il proprio futuro»: forse dovremmo rifletterci tutte le volte che sacrifichiamo la memoria storica per una modernità che, senza quel passato, non ha decisamente lo stesso valore.
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