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"Munnu ha stato e munnu sarà": storie siciliane di rivolte e tradimenti (ma sempre attuali)

Tutto parte con una sorta di crisi di governo, di forze politiche che cercano a tutti i costi farlo cadere e di altre che si vanno a lamentare dal re perché si sentono legittimati a starci loro

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 25 gennaio 2021

Quando si dice che corsi e ricorsi storici ritornano sempre, come anche la moda d’altronde, il detto in siciliano “munnu ha stato e munnu sarà”, lo si dice perché fondamentalmente è cosa vera. Munnu, che tradotto significa Mondo, no?

Di questa storia avevamo già accennato parlando di Blasco Lanza, il nonno della baronessa di Carini, senza parlare degli altri protagonisti, come il conte di Golisano o Gianluca Squarcialupo (bellissimo questo nome!), che giustamente si sono offesi e mi hanno tenuto il muso fino ad oggi.

E proprio perché avevamo analizzato solo il lato oscuro della forza, per dirla come un picciotto che scriveva rime a Firenze: “per trattar del ben ch’i vi trovai, dirò de l’altre cose ch'ì v’ho scorte”.

Tutto parte con una sorta di crisi di governo, di forze politiche che cercano a tutti i costi farlo cadere e di altre che si vanno a lamentare dal re perché si sentono legittimati a starci loro; il popolo in tutto questo sta sempre appresso al prezzo del pane, alla farina che non si trova mai e ai nobili che invece di spartire il grano alla popolazione se lo nascondono bene bene e poi se lo vendono al continente a prezzo più alto.



Cioè, per capirci, non è che per fare le previsioni di Nostradamus ci voleva l’arte di pinna… quello sicuramente era uno che stava al bar, che aveva letto qualche libro di storia e che osservava la gente che gli stava attorno traendo le sue conclusioni: “Questi”, diceva magari riferendosi ai suoi compaesani, “schifo hanno fatto, schifo fanno e, mi gioco la testa (e ai tempi di Nostradamus giocarsi la testa era quanto dire), fra cinquecento anni faranno più schifo di ora.…”, ed ecco bello e fatto un libro di profezie!

Dunque, cominciamo dal 1516, anno in cui muore Ferdinando il Cattolico che è quel re che instaura l’inquisizione spagnola e finanzia il viaggio di un italiano che doveva andare in India e invece va a scoppare in America senza capirlo nemmeno. In quel momento c’era come viceré in Sicilia Ugo Moncada: uomo di stampo militare che aveva sempre la testa a Tripoli perché c’era giro di piccioli, e a lui lo scroscio delle monete in tasca era una cosa che gli piaceva proprio.

Appena Ferdinando il Cattolico muore, Moncada, che non era tanto amato dai siciliani, niente fa? Dice: “Per un cornuto un cornuto e mezzo!” (occhio per occhio, dente per dente), e decide di non far sapere niente a nessuno perché tanto il morto è in Spagna: Facebook non c’era ancora, e quindi prima che venivano a sapere della sua morte sa’ quando se ne parlava.

Dopo un mese di questa vita un certo Pietro Cardona, conte di Golisano (sarebbe Collesano), che era stato nominato proprio dal re grande ammiraglio e gran connestabile del regno (non mi chiedete cosa significhi), torna dalla Spagna: non che con le lingue fosse proprio una cima, diciamo che tra un assistente traduttore e quattro colpi “shish” si faceva capire.

Questo però gli bastò per mettere piede a Palermo e dall’alto della suo carisma gridare: “Fermi tutti, belli e brutti. Sr. Ugo Moncada ci ha riempito di minchiate che partono da Madrid ‘nfino a Balestrate! Re Ferdinando è morto da un mese; e ve lo dice chi con queste mani gli toccò braccia e gambe, e non solo quelle, e le aveva tese tese.”

Moncada provò a giustificarsi in tutti modi, disse che non voleva dare un dispiacere ai siciliani, che se lo era dimenticato, che dalla Sicilia alla Spagna c’era un mese differita, insomma non ci fu niente da fare perché il popolo era arrivato al punto che si mangiava i calli delle mani con il sale e non credeva più a niente.

Tutta la questione della crisi di Governo si fondava su un cavillo facile facile ma alquanto velenoso: secondo alcuni (gli antimoncadiani) se moriva il re decadeva pure il viceré, secondo altri (i moncadiani) se moriva il re il viceré rimaneva in carica, secondo altri ancora si doveva andare subito al voto.

Già il quadro era bello, metteteci pure che il partito antimoncadiano (formato dal conte di Golisano, da Simone Ventimiglia, da Federico Abatellis, conte di Cammarata e da Matteo Santapau, marchese di Licodia, a cui Moncada aveva ammazzato pure il padre) era sempre in televisione a fargli propaganda contro, e il risultato non può che venire da solo: una bella rivolta di popolo che portò allo scappa scappa di Ugo Moncada e della combriccola del Blasco.

“E passa e passa e passerà quest’ansia che ci unisce” cantava Pino Daniele, fuori uno che arriva come nuovo viceré Ettore Pignatelli, duca di Montelone, scugnizzo napoletano di nascita, inviato a Palermo perché “per un grande muro ci voleva un grande pennello” (questa citazione è del famoso spot con l’attore Ignazio Colnaghi, compare di Dario Fo, ma questa è un’altra storia).

Ora, siccome gli antimoncadiani non potevano fare troppo i brunelli, ovvero i monelli, perché con l’arrivo del nuovo viceré avrebbero messo in cattiva luce loro stessi, ove ci sarebbe stato da spartire nuove poltrone, quando si trattava di organizzare una rivolta, perché partivano sempre da loro, scendevano di un gradino e andavano a scegliere un piccolo nobile poco importante e un capopopolo, per dirla alla palermitana un canazzo di bancata, che aveva buon ascendente sulla povera gente.

In quel caso il Don Chisciotte e il Sancho Panza della situazione erano Gianluca Squarcialupo, un nobile di origini Pisane, e Vincenzo Zazzara, uno qualunque che sapeva il fatto suo. Questo però succedeva durante la rivolta contro Moncada; arrivato il nuovo viceré, invece, crick e crock non erano più tanto sprovveduti, e in più avevano pure la fiducia del popolo.

Stanchi di dovere sottostare ai voleri della corona spagnola che mandava un viceré dopo l’altro a dettare legge e dei nobili corrotti, organizzano una vera propria rappresaglia per il 24 di luglio del 1517 con l’intento di uccidere, tipo film del padrino, settanta moncadiani durante la processione di Santa Cristina (ancora Santa Rosalia non c’era).

Con il motto di “Curnutu è l’ultimo!” Squarcialupo irrompe nella città accompagnato da ventiquattro armati a cavallo per saccheggiare il palazzo del viceré, lo Steri. Diventato un vero e proprio eroe e impadronitosi di Palermo per qualche mese, Squarcialupo non ha intenzione di cedere il passo. Si affianca persone di fiducia quali Guglielmo Ventimiglia, Vincenzo Beccadelli e altri pezzi da novanta perché aveva capito che quello era il momento di assestare il colpo e conquistare pure il Castello a Mare.

I signori sopracitati provano a farlo desistere e vanno a parlare pure col viceré. Giorno 8 settembre di detto anno Squarcialupo si trova nella chiesa della Santissima Annuziata in compagnia dei nobili e di una calca di popolani: doveva servire a stipulare una tregua quella funzione. Purtroppo, amici e guardati, Gugliemo Ventimiglia lo aveva tradito e Squarcilupo viene assassinato per avere creduto in un sogno.

Moncadiani e antimoncadiani tornarono presto ad occupare le loro preziose poltrone chiedendo scusa al nuovo viceré per gli inconvenienti. “Non vi preoccupate signori” dice il Pignatelli “munnu ha stato e munnu sarà”.
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