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Segreti, violenze e tradimenti: la tragica storia (senza lieto fine) del Barone di Melilli

Il nobiliario di Sicilia è ricco di nomi importanti, alcuni più famosi di altri, ma tutti accomunati da ricchezza, potere e, naturalmente, (terribili) segreti e violenze

Viviana Ragusa
Graphic designer
  • 15 ottobre 2023

Giuditta e Oloferne (Caravaggio)

"Generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre", così scrisse l'autore britannico sir Anthony Hope e, forse, non aveva torto.

Il nobiliario di Sicilia è ricco di nomi importanti, alcuni più famosi di altri, ma tutti accomunati da ricchezza, potere e, naturalmente, segreti.

La famiglia Covello, ad esempio, fa parte dell'elenco grazie alla caparbietà di don Antonio Covello, che divenne Barone di Melilli nel 1535 ma fu protagonista di una storia violenta e senza lieto fine.

Quando era ancora un ragazzino, Antonio viveva in provincia di Siracusa insieme alla sua famiglia e sognava di ricoprire un ruolo importante, una volta cresciuto.

Il contesto in cui viveva non offriva molto e i suoi genitori erano poveri, perciò l’unica cosa in cui si sentiva un "vincente" era lo studio.

Il giovane Covello era un instancabile lettore con un interesse particolare per la legge, così, quando raggiunse l’età adatta, si trasferì a Catania per intraprendere gli studi in giurisprudenza.
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Il percorso accademico iniziò con ottimi risultati, ma Antonio veniva continuamente deriso dai colleghi, che erano molto più ricchi di lui.

Così, lo studente avvertì delle strane sensazioni e cominciò a covare rabbia e invidia verso gli altri. ‘’Addottorarsi’’ diventò il suo unico obiettivo, per poter punire chiunque incontrasse lungo la sua via. Dal momento che era dotato di una mente brillante, ben presto raggiunse il suo scopo. Covello diventò un feroce avvocato, anzi, un vero e proprio carnefice.

Anche quando aveva di fronte un innocente, Antonio trasformava i fatti a suo piacimento e determinava la condanna del povero malcapitato. Una volta raggiunta una discreta dose di appagamento, Covello sentì qualcosa di nuovo: estremamente concentrato sui suoi studi, non aveva mai lasciato spazio ad altro per tutta la sua vita, inclusa l’attrazione verso l’altro sesso.

Un giorno, durante una passeggiata, Antonio vide Agata, la pallida e dolce ragazza che aveva conosciuto da bambino e che non lo aveva mai degnato di uno sguardo.

Però lui non era più la stessa persona, ormai era un "vincente", un uomo abbastanza virile da poter conquistare chiunque desiderasse. In breve tempo i due si sposarono ed ebbero un figlio, Corrado, con il quale Covello non ebbe un buon rapporto. In seguito, nel 1530, l’avvocato diventò giudice, quando fu inserito nella Regia Gran Corte del Regno di Sicilia.

La gioia durò poco, perché in quel periodo morì l’amata Agata e questo lutto contribuì alla crescita dell’odio e del disprezzo di Antonio nei confronti degli altri esseri umani.

Chiunque in Sicilia pregava di non incontrare mai il giudice Covello, perché bastava un solo sguardo per diventare vittima di atroci torture e condanne ingiuste. Nonostante le ignobili azioni, il protagonista di questa storia aveva molte amicizie e ben presto riuscì a ottenere il titolo di Barone.

Giunto ai 50 anni, Antonio decise di sposarsi nuovamente, ma con una donna molto più giovane di lui. Da questa unione nacque Galcerano, il figlio perfetto. Il bambino, infatti, mostrò fin da subito le stesse propensioni del padre: amava la violenza e giocava spesso con gli animali, torturandoli per poter appagare il suo desiderio di sangue.

Qualche anno più tardi, poprio quando Covello pensò di aver trovato il suo erede, Corrado gli fece visita. Il primogenito si era innamorato di una giovane fanciulla di Augusta e intendeva chiedere al padre la sua benedizione per procedere con le nozze. Antonio era riluttante, ma tutto cambiò nell’istante in cui vide la promessa sposa.

Altabella divenne la nuova preda di don Covello, che decise immediatamente di ospitare la coppia a casa sua. Grazie alle sue conoscenze, il Barone trovò a Corrado un lavoro fuori città subito dopo il matrimonio, così da costringerlo a trascorrere l’intera giornata lontano e avere Altabella tutta per sé.

Quando Antonio tentò di avvicinarsi alla ragazza, venne rifiutato. Tutto ciò era inconcepibile per un uomo così potente e un simile affronto non poteva essere tollerato.

Dopo un periodo di reclusione nella camera da letto, Altabella confessò l’accaduto al marito e i due decisero di pianificare una fuga. Tuttavia, Galcerano, che era solito spiare la fanciulla, sentì la conversazione e corse ad avvisare il padre.

Accecato dalla rabbia, Antonio minacciò Altabella e iniziò a colpirla. A quel punto il figlio prediletto del Barone si gettò sulla ragazza per salvarla e corse nel bosco trascinandola con forza. Nel frattempo Corrado tornò da una delle sue lunghe giornate di lavoro e vide il padre correre in giardino.

Raggiunto il bosco, vide Altabella che giaceva per terra e i due uomini che litigavano. Non fece in tempo a raggiungere la sua amata, perché Galcerano lo pugnalò ripetutamente per impedirgli di fuggire insieme alla fanciulla. Però ormai era troppo tardi: Altabella era già morta.

A quel punto, don Covello fece quello che sapeva fare meglio: alterò la verità per far ricadere la colpa sul figlio. Galcerano venne rinchiuso in carcere, dove raccontò la sua versione. Per la prima volta, le parole di Antonio non trasformarono la realtà a suo piacimento e improvvisamente si trovò dall’altra parte, quella del condannato.

Dopo una vita di sacrifici e di lotta per l’affermazione del suo status di "uomo vincente", don Antonio Covello morì decapitato, insieme al figlio con cui condivideva le stesse pulsioni.

Tutto quello che aveva costruito e conquistato per diversi decenni, venne cancellato in pochi istanti e passò ai Moncada.
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