Senza residenza, acqua potabile e farmacia: "Vi racconto come si vive allo Zen 2"
Il racconto di chi vive nel quartiere: "Qui manca tutto, pure i contatori dell'acqua. Chi occupa una casa non ha residenza e non può neanche richiedere il medico di base"
Tra i padiglioni dello Zen 2 a Palermo
Al centro della cronaca attuale c’è un quartiere, il cui nome, per ora, rimbomba incessantemente: lo Zen di Palermo. Tra colpi d’arma da fuoco contro la chiesa, disservizi, episodi di micro criminalità, gente che ha paura e voglia di essere ascoltata.
È un grido di stanchezza quello che emerge da chi vive nel quartiere e rappresenta una parte del capoluogo che si sente abbandonata. Allo Zen 2 manca una farmacia: la più vicina si trova nel quartiere Zen 1, che è, sì, vicino, ma in caso di necessità notturna, si è costretti a recarsi alla Guardia Medica di Partanna o all’ospedale Villa Sofia. C’è, poi, un solo asilo che può accogliere, tuttavia, solo 18 bambini a fronte di circa 35mila abitanti (se contiamo sia Zen 1 che 2). Non c’è un ufficio postale o una banca. A raccontarci tutto questo è un abitante del quartiere, che preferisce restare anonimo. Le ragioni sono abbastanza comprensibile: paura di ritorsioni.
Eppure, la giornata comincia come in tutti gli altri quartieri: ci si sveglia, si fa colazione e, poi, i ragazzi corrono alla fermata dell’autobus per andare a scuola. Ma le vetture, però, non passano così spesso.
Gli abitanti chiedono una piazza (più volte se ne è parlato), un punto di ritrovo dove darsi appuntamento: «Vorremmo anche dei centri educativi, ma abbiamo bisogno di supporto perché, da soli non possiamo farcela – spiega l’abitante del quartiere -. Per gli spazi comunali, per esempio, serve l’intervento del Comune. Tempo fa, hanno chiuso la regolarizzazione della sanatoria: c’era una compravendita delle case allo Zen 2. Adesso, si parla di racket della vendita delle abitazioni».
Sulla questione delle occupazioni abusive, che è stata uno dei punti affrontati nel corso della riunione del Comitato ordine e sicurezza, ieri (martedì 13 gennaio) il prefetto Massimo Mariani ha convocato una riunione con gli assessori comunali Brigida Alaimo (Patrimonio) e Fabrizio Ferrandelli (Emergenza abitativa), insieme ai rappresentanti dello Iacp di Palermo e dell’assessorato regionale alle Infrastrutture. Il Comune annuncia "pugno duro" contro gli abusivi.
«Chi ha vissuto nell’illiceità non può pensare di essere premiato - hanno sottolineato gli assessori Alaimo e Ferrandelli -. Saranno considerate le esigenze dei cittadini in difficoltà e, in alcuni casi, situazioni più trasparenti o prive di requisiti particolari. Tuttavia, in assenza dei requisiti e soprattutto in presenza di illeciti o reati, le istituzioni risponderanno con fermezza, per evitare che queste illegalità perdurino e per tutelare tutti i cittadini che vivono nel rispetto della legge».
Ferrandelli all’Ansa ha aggiunto anche che: «Grazie alla nuova piattaforma informatizzata e a una serie di controlli incrociati, abbiamo fatto crollare il mercato nero delle case popolari. Prima, la prassi era quella di rivolgersi al referente territoriale di turno per occupare abusivamente un alloggio, dietro la cessione di denaro. Oggi, si presenta l'istanza al Comune di Palermo. E chi occupa abusivamente sa che ritroverà le forze dell'ordine dietro alla porta, pronte ad acquisire l'immobile. Solo allo Zen sono circa 556 gli alloggi occupati nell'orbita della criminalità organizzata. La strategia è di regolarizzare chi ha presentato la richiesta di sanatoria, così da isolare le mele marce».
«Molte persone allo Zen – prosegue chi abbiamo intervistato - non hanno la residenza e, per esempio, non possono mandare i figli a scuola, avere i documenti o chiamare il medico di famiglia. Tutto è bloccato dal racket delle case».
La giornata tipo nel quartiere Zen 2 è cambiata: c’è molta paura. «È cambiata da un anno circa – prosegue nel suo racconto - da poco prima della strage di Monreale. Vogliamo che tutto questo sia interrotto, che non ci sia più timore. Non si doveva arrivare a questo punto».
Un quartiere in cui neanche l'acqua "scorre" legalmente. «Abbiamo chiesto i contatori dell’acqua, ma non li montano perché, prima, vogliono che vengano pagati gli arretrati. Ma come li paghiamo se non c’è un contatore? L’acqua, inoltre, non è potabile: una situazione che dura, ormai, da anni e che, per noi, si sta è trasformata quasi in normalità».
Nei giorni scorsi, nel corso dell’incontro che si è svolto nella chiesa di San Filippo, l’amministratore unico di Amap, Giovanni Sciortino, aveva dichiarato: «Ogni anno immettiamo nella rete dello Zen 2 un milione e mezzo di metri cubi d’acqua. Ma nei padiglioni non ci sono contatori. All’azienda partecipata non entra un soldo. Il danno è di 5 milioni di euro. Se ci sono guasti noi non interveniamo perché la rete idrica non è di Amap. È una situazione che abbiamo segnalato e che è nota. Noi non possiamo fare contratti allo Zen 2».
«Facciamo chiarezza – ha replicato la consigliera comunale, Mariangela Di Gangi -. È Amap a non fornire acqua potabilizzata allo Zen 2. L’amministratore unico si è recato nel quartiere senza essere adeguatamente informato sullo stato reale della situazione. Intanto, non è compito dei residenti portare la rete per l’installazione dei contatori dell’acqua. Sulla loro posa, Iacp e Amap non hanno mai raggiunto un accordo: per questo è una scorrettezza gravissima dar vita a una comunicazione che finisce quasi per attribuire al quartiere responsabilità che sono interamente istituzionali».
Nel frattempo dalle indagini del maxi-blitz dell'anno scorso, come rivela il Giornale di Sicilia, a portare l'acqua ai padiglioni dello Zen ci avrebbe pensato Cosa nostra, «realizzando una rete idrica abusiva capace di rifornire l’intero quartiere e tagliare fuori l’Amap - scrive il GdS -. Un reticolo di tubazioni parallelo a quello pubblico, con allacci clandestini e gestione autonoma».
In merito, invece, al piano sicurezza allo Zen, chi vive il quartiere ogni giorno, come chi abbiamo intervistato, non ha dubbi: «Non ritengo che sia questa la svolta. Però, adesso è necessario perché il quartiere va controllato e bene. Nel corso degli anni, abbiamo chiesto tanto e siamo stati ignorati. Tutto quello che, adesso, ci viene detto, soprattutto sui social, per quanto possa far male, magari è un segnale che, finalmente, qualcuno si sta svegliando e possa darci una mano sia dal punto di vista sociale che umano».
È un grido di stanchezza quello che emerge da chi vive nel quartiere e rappresenta una parte del capoluogo che si sente abbandonata. Allo Zen 2 manca una farmacia: la più vicina si trova nel quartiere Zen 1, che è, sì, vicino, ma in caso di necessità notturna, si è costretti a recarsi alla Guardia Medica di Partanna o all’ospedale Villa Sofia. C’è, poi, un solo asilo che può accogliere, tuttavia, solo 18 bambini a fronte di circa 35mila abitanti (se contiamo sia Zen 1 che 2). Non c’è un ufficio postale o una banca. A raccontarci tutto questo è un abitante del quartiere, che preferisce restare anonimo. Le ragioni sono abbastanza comprensibile: paura di ritorsioni.
Eppure, la giornata comincia come in tutti gli altri quartieri: ci si sveglia, si fa colazione e, poi, i ragazzi corrono alla fermata dell’autobus per andare a scuola. Ma le vetture, però, non passano così spesso.
Gli abitanti chiedono una piazza (più volte se ne è parlato), un punto di ritrovo dove darsi appuntamento: «Vorremmo anche dei centri educativi, ma abbiamo bisogno di supporto perché, da soli non possiamo farcela – spiega l’abitante del quartiere -. Per gli spazi comunali, per esempio, serve l’intervento del Comune. Tempo fa, hanno chiuso la regolarizzazione della sanatoria: c’era una compravendita delle case allo Zen 2. Adesso, si parla di racket della vendita delle abitazioni».
Sulla questione delle occupazioni abusive, che è stata uno dei punti affrontati nel corso della riunione del Comitato ordine e sicurezza, ieri (martedì 13 gennaio) il prefetto Massimo Mariani ha convocato una riunione con gli assessori comunali Brigida Alaimo (Patrimonio) e Fabrizio Ferrandelli (Emergenza abitativa), insieme ai rappresentanti dello Iacp di Palermo e dell’assessorato regionale alle Infrastrutture. Il Comune annuncia "pugno duro" contro gli abusivi.
«Chi ha vissuto nell’illiceità non può pensare di essere premiato - hanno sottolineato gli assessori Alaimo e Ferrandelli -. Saranno considerate le esigenze dei cittadini in difficoltà e, in alcuni casi, situazioni più trasparenti o prive di requisiti particolari. Tuttavia, in assenza dei requisiti e soprattutto in presenza di illeciti o reati, le istituzioni risponderanno con fermezza, per evitare che queste illegalità perdurino e per tutelare tutti i cittadini che vivono nel rispetto della legge».
Ferrandelli all’Ansa ha aggiunto anche che: «Grazie alla nuova piattaforma informatizzata e a una serie di controlli incrociati, abbiamo fatto crollare il mercato nero delle case popolari. Prima, la prassi era quella di rivolgersi al referente territoriale di turno per occupare abusivamente un alloggio, dietro la cessione di denaro. Oggi, si presenta l'istanza al Comune di Palermo. E chi occupa abusivamente sa che ritroverà le forze dell'ordine dietro alla porta, pronte ad acquisire l'immobile. Solo allo Zen sono circa 556 gli alloggi occupati nell'orbita della criminalità organizzata. La strategia è di regolarizzare chi ha presentato la richiesta di sanatoria, così da isolare le mele marce».
«Molte persone allo Zen – prosegue chi abbiamo intervistato - non hanno la residenza e, per esempio, non possono mandare i figli a scuola, avere i documenti o chiamare il medico di famiglia. Tutto è bloccato dal racket delle case».
La giornata tipo nel quartiere Zen 2 è cambiata: c’è molta paura. «È cambiata da un anno circa – prosegue nel suo racconto - da poco prima della strage di Monreale. Vogliamo che tutto questo sia interrotto, che non ci sia più timore. Non si doveva arrivare a questo punto».
Un quartiere in cui neanche l'acqua "scorre" legalmente. «Abbiamo chiesto i contatori dell’acqua, ma non li montano perché, prima, vogliono che vengano pagati gli arretrati. Ma come li paghiamo se non c’è un contatore? L’acqua, inoltre, non è potabile: una situazione che dura, ormai, da anni e che, per noi, si sta è trasformata quasi in normalità».
Nei giorni scorsi, nel corso dell’incontro che si è svolto nella chiesa di San Filippo, l’amministratore unico di Amap, Giovanni Sciortino, aveva dichiarato: «Ogni anno immettiamo nella rete dello Zen 2 un milione e mezzo di metri cubi d’acqua. Ma nei padiglioni non ci sono contatori. All’azienda partecipata non entra un soldo. Il danno è di 5 milioni di euro. Se ci sono guasti noi non interveniamo perché la rete idrica non è di Amap. È una situazione che abbiamo segnalato e che è nota. Noi non possiamo fare contratti allo Zen 2».
«Facciamo chiarezza – ha replicato la consigliera comunale, Mariangela Di Gangi -. È Amap a non fornire acqua potabilizzata allo Zen 2. L’amministratore unico si è recato nel quartiere senza essere adeguatamente informato sullo stato reale della situazione. Intanto, non è compito dei residenti portare la rete per l’installazione dei contatori dell’acqua. Sulla loro posa, Iacp e Amap non hanno mai raggiunto un accordo: per questo è una scorrettezza gravissima dar vita a una comunicazione che finisce quasi per attribuire al quartiere responsabilità che sono interamente istituzionali».
Nel frattempo dalle indagini del maxi-blitz dell'anno scorso, come rivela il Giornale di Sicilia, a portare l'acqua ai padiglioni dello Zen ci avrebbe pensato Cosa nostra, «realizzando una rete idrica abusiva capace di rifornire l’intero quartiere e tagliare fuori l’Amap - scrive il GdS -. Un reticolo di tubazioni parallelo a quello pubblico, con allacci clandestini e gestione autonoma».
In merito, invece, al piano sicurezza allo Zen, chi vive il quartiere ogni giorno, come chi abbiamo intervistato, non ha dubbi: «Non ritengo che sia questa la svolta. Però, adesso è necessario perché il quartiere va controllato e bene. Nel corso degli anni, abbiamo chiesto tanto e siamo stati ignorati. Tutto quello che, adesso, ci viene detto, soprattutto sui social, per quanto possa far male, magari è un segnale che, finalmente, qualcuno si sta svegliando e possa darci una mano sia dal punto di vista sociale che umano».
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di Redazione










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