Sfidano pure la corrente dello Stretto: Alessia racconta le tessitrici della "seta del mare"
Una parola siciliana che fa parte del gergo dei pescatori, in particolare della zona di Messina intreccia le vicende al centro del nuovo libro di Alessia Castellini
Alessia Castellini autrice di "Malarema"
Esiste un filo invisibile che lega le storie delle donne al mare. È un filo antico, resistente, capace di attraversare il tempo e di custodire memoria, dolore e rinascita. Nel suo secondo romanzo la “Malarema”, edizione Piemme, Alessia Castellini tesse proprio questo filo: il bisso, la cosiddetta seta del mare, diventa simbolo e sostanza narrativa, materia viva che racconta non solo una storia, ma un’intera civiltà mediterranea. Un racconto che, tra le pagine, restituisce atmosfere che ricordano Palma di Montechiaro: una terra dove la storia si mescola alla polvere, dove le donne hanno spesso vissuto ai margini, ma anche dove hanno imparato a resistere, a custodire tradizioni, a trasformare il silenzio in forza.
Alla domanda su come sia nata l’idea di partire proprio dal bisso, questa antica tradizione mediterranea, Castellini entra subito nel cuore del processo creativo, legando la materia del mare alla propria esperienza: «È stata un’amica a parlarmi del bisso per la prima volta e, siccome io nella vita cerco sempre i diversi livelli di ogni cosa, proprio nel bisso e nella sua lavorazione, che si dipana in cinque fasi, io ho ritrovato le fasi di alcuni momenti della mia vita. Momenti che io ricordo particolarmente e proprio per questo mi sono detta che da quello doveva partire tutta la storia e poi anche tutta la storia dei miei personaggi, soprattutto femminili.
Le fasi del bisso sono cinque le cito la prima è l’oscurità, perché quando lo si pesca all’inizio sembra un’alga scura bruna sporca; la seconda è la pulizia, la terza è lo scioglimento dei nodi di questo bioccolo che sembra una nube. Poi c’è l’accensione della luce, perché a un certo punto il il bisso, se lo si bagna con il limone si illumina e al sole brilla come nessun’altra fibra; e infine c’è la filatura, E cosa sono queste cinque fasi, se non alcuni dei momenti della della nostra vita, quindi l’oscurità che ci prende in certi casi. Il bisogno di fare spazio, quindi di ripulire tutto lo spazio attorno, lo scioglimento dei nodi delle difficoltà. E poi, il momento in cui si vede la luce, si si crea questo filo di vita nuova».
È in queste parole che si condensa il cuore del romanzo: una narrazione che non si limita a raccontare, ma che trasforma ogni elemento in simbolo. Anche il mare, che nella tradizione letteraria rischia spesso la retorica, o potrebbe essere solo uno sfondo, qui diventa presenza viva, concreta, quasi un personaggio.
Quanto allora il paesaggio del Mediterraneo ha influenzato al costruzione narrativa e l’atmosfera della stori? Castellini lo chiarisce con precisione: «Naturalmente, per me che sono palermitana, il mare ha sempre significato tantissimo. Era abbastanza semplice cadere in eventuali forme di retorica, perché del mare ha parlato tanta letteratura. Però io ho cercato di di renderlo personaggio e non personaggio astratto, ma personaggio profondamente connesso ai miei personaggi che sono spero miei, solo miei Quindi, il mare è diventato soprattutto “la malarema”, ovvero quella forma di corrente avversa che c’è nello stretto di Messina in particolare. È diventato proprio il mare personaggio, la corrente avversa del mare è diventato concetto in sé, perché c’è corrente avversa realmente nella storia. Ma allo stesso tempo è anche metafora, perché ogni personaggio ha la sua personale malarema, la sua personale corrente avversa e, quindi, il mare nel mio libro è la Malarema».
La Malarema, dunque, non è solo una parola dialettale, ma un destino, una forza contraria che attraversa le vite. Ed è proprio dentro questa corrente che si muovono le protagoniste femminili, donne spesso giudicate, isolate, rinchiuse in un sistema che le voleva silenziose. Le vicende di un personaggio femminile del romanzo si muove in un mondo dove spesso le donne sono spesso giudicate, isolate e rinchiuse. Dunque questo romanzo potrebbe essere letto anche come una riflessione sulla condizione femminile e sulle libertà negate del passato? A questa domanda, l’autrice non lascia spazio a dubbi: «Sì, assolutamente lo è. Anche qui ho cercato di non parlare dell’argomento in astratto, perché anche lì si rischiava magari di cadere in una descrizione documentaristica dei reclusori femminili che sono il tema centrale del romanzo. Però sì, la verità è che i miei personaggi femminili sono simbolo di quelle donne che verso la fine dell’ottocento e i primi del novecento hanno continuato a soffrire quella deriva di costrizione maschile, ma non soltanto anche della chiesa, anche della società in generale. E quindi insomma, sì, assolutamente il libro si può leggere anche in questa chiave».
È un richiamo potente a una storia che non è poi così lontana. Palma lo sa bene: tra conventi, case chiuse e silenzi tramandati, la memoria delle donne è fatta anche di esclusione e resistenza. Ma è proprio in questo spazio marginale che nasce la capacità di “sciogliere i nodi”, di trasformare il dolore in racconto. Nel lavoro di ricerca sul bisso, Castellini ha dovuto confrontarsi con saperi antichi e pratiche quasi scomparse. Durante la scrittura del romanzo sono state scoperte storie, rituali, o testimonianze che l’hanno molto colpita. Così conosce con un sapere quasi perduto, che restituisce al romanzo una dimensione ancora più profonda: «Sono entrata in contatto con le testimonianze di Arianna Pintus, che è una delle ultime filatrici di bisso sarda.
In Sicilia purtroppo questa attività si è persa, che io sappia. Il modo in cui loro parlano di questa antica maestria ha qualcosa di veramente mistico che mi ha emozionata tantissimo. Poi - aggiunge l’autrice - ho scoperto anche un progetto sostanzioso è il “Progetto bisso”, che è stato lanciato in alcuni musei e che ha proprio l’obiettivo di salvaguardare questa antica maestria e questa fibra naturale, che tra l’altro oggi non si può più pescare e lavorare perché la pinna nobilis che è il mollusco da cui viene tratto è ormai dichiarato a rischio di estinzione dal 2016 e nel 1992 è stato dichiarato specie protetta. Quindi è illegale pescarlo sia vivo che morto, insomma non si può più usare. Loro lavorano le vecchie di raccolte di bisso oppure Arianna Pintus ha trovato un altro mollusco che non è pinna nobilis, ma è un mollusco che viene da altri mari. Per cui diciamo è possibile continuare la pesca controllata».
E poi torna il titolo, quella parola aspra e bellissima: «Malarema è una parola siciliana dialettale che fa parte del gergo dei pescatori, in particolare della zona di Messina e dello stretto, perché indica il flusso e il riflusso di correnti in prossimità del dello ionio e del Tirreno. Malarema è un concetto che ha tanti strati nel romanzo. Di fatto si tratta di una corrente marina che le pescatrici di bisso, di cui parlo io, hanno imparato a controllare che hanno in cui hanno imparato a nuotare. Ma è anche metafora, perché è ciò che muove la storia verso nodi cruciali negativi che portano poi le protagoniste a reagire in modo più o meno forte alla vita. Quindi la Malarema è tante cose in questo romanzo, non a caso è stato scelto come titolo».
Raccontare tradizioni antiche, mestieri dimenticati e memorie del Mediterraneo significa anche consegnare qualcosa alle generazioni future. Dunque, che valore potranno trovare i lettori più giovani in un romanzo come questo? Alessia Castellini risponde con una lucidità che è anche responsabilità: «Ecco questo è un tema che mi sta particolarmente a cuore, perché io da sempre cerco argomenti poco noti, proprio con l’obiettivo non tanto di farli emergere dalla mia voce, non è questo che mi interessa, mi interessa che certe cose non vadano perse.
Nella vita io sono sempre stata legata al concetto della bellezza di ciò che resta e, a volte, ciò che resta dipende da noi. Cioè, cos’è ciò che resta? Soltanto ciò che noi conserviamo con cura, di cui ci prendiamo cura nel tempo e che riusciamo, anche se non fa più parte del nostro presente, a tenerlo nel cuore come elementi del nostro passato.
E quindi, io spero che la gente scopra il bisso, chi non lo conosce e che, chi lo conosce già, abbia un motivo in più per parlarne. Perché è un’antica maestria che mi ha veramente toccato il cuore e che è legata anche a tematiche ambientali, molto molto importanti in questo momento. Il bisso è stato dichiarato in via d’estinzione anche per problemi ambientali, perché le temperature dei mari sono aumentate. Quindi se non lo possiamo proteggere in modo naturale, almeno proteggiamolo con le parole».
Questa storia è ambientata in una società complessa in cui le donne hanno dovuto vivere le loro vite, affrontando problemi, solitudini, superandoli, combattendo, proprio come sciogliendo dei nodi, come si fa nella lavorazione del bisso che richiede pazienza, costanza, rispetto e attenzione. Ancora oggi per molte donne è così. Ecco che il presente si sovrappone al passato, senza fratture ma con continuità: «Questo tema senza dubbio è presente nel romanzo, perché sì, ancora abbiamo tanta strada da fare e il miglior modo per partire è proprio partire da quello che è stato, proprio per evitare che si ripeta e che si possa dimenticare».
La Malarema è, in fondo, questo: un filo che unisce ciò che è stato a ciò che continua a essere. Un racconto che affonda nelle radici del Mediterraneo e riemerge come luce, proprio come il bisso al sole. E dentro quel filo, ancora una volta, ci sono loro: le donne. Marginali, sì. Ma mai invisibili. Sempre pronte a sciogliere nodi, a ricucire storie, a restituire al mondo la bellezza di ciò che resiste.
Alla domanda su come sia nata l’idea di partire proprio dal bisso, questa antica tradizione mediterranea, Castellini entra subito nel cuore del processo creativo, legando la materia del mare alla propria esperienza: «È stata un’amica a parlarmi del bisso per la prima volta e, siccome io nella vita cerco sempre i diversi livelli di ogni cosa, proprio nel bisso e nella sua lavorazione, che si dipana in cinque fasi, io ho ritrovato le fasi di alcuni momenti della mia vita. Momenti che io ricordo particolarmente e proprio per questo mi sono detta che da quello doveva partire tutta la storia e poi anche tutta la storia dei miei personaggi, soprattutto femminili.
Le fasi del bisso sono cinque le cito la prima è l’oscurità, perché quando lo si pesca all’inizio sembra un’alga scura bruna sporca; la seconda è la pulizia, la terza è lo scioglimento dei nodi di questo bioccolo che sembra una nube. Poi c’è l’accensione della luce, perché a un certo punto il il bisso, se lo si bagna con il limone si illumina e al sole brilla come nessun’altra fibra; e infine c’è la filatura, E cosa sono queste cinque fasi, se non alcuni dei momenti della della nostra vita, quindi l’oscurità che ci prende in certi casi. Il bisogno di fare spazio, quindi di ripulire tutto lo spazio attorno, lo scioglimento dei nodi delle difficoltà. E poi, il momento in cui si vede la luce, si si crea questo filo di vita nuova».
È in queste parole che si condensa il cuore del romanzo: una narrazione che non si limita a raccontare, ma che trasforma ogni elemento in simbolo. Anche il mare, che nella tradizione letteraria rischia spesso la retorica, o potrebbe essere solo uno sfondo, qui diventa presenza viva, concreta, quasi un personaggio.
Quanto allora il paesaggio del Mediterraneo ha influenzato al costruzione narrativa e l’atmosfera della stori? Castellini lo chiarisce con precisione: «Naturalmente, per me che sono palermitana, il mare ha sempre significato tantissimo. Era abbastanza semplice cadere in eventuali forme di retorica, perché del mare ha parlato tanta letteratura. Però io ho cercato di di renderlo personaggio e non personaggio astratto, ma personaggio profondamente connesso ai miei personaggi che sono spero miei, solo miei Quindi, il mare è diventato soprattutto “la malarema”, ovvero quella forma di corrente avversa che c’è nello stretto di Messina in particolare. È diventato proprio il mare personaggio, la corrente avversa del mare è diventato concetto in sé, perché c’è corrente avversa realmente nella storia. Ma allo stesso tempo è anche metafora, perché ogni personaggio ha la sua personale malarema, la sua personale corrente avversa e, quindi, il mare nel mio libro è la Malarema».
La Malarema, dunque, non è solo una parola dialettale, ma un destino, una forza contraria che attraversa le vite. Ed è proprio dentro questa corrente che si muovono le protagoniste femminili, donne spesso giudicate, isolate, rinchiuse in un sistema che le voleva silenziose. Le vicende di un personaggio femminile del romanzo si muove in un mondo dove spesso le donne sono spesso giudicate, isolate e rinchiuse. Dunque questo romanzo potrebbe essere letto anche come una riflessione sulla condizione femminile e sulle libertà negate del passato? A questa domanda, l’autrice non lascia spazio a dubbi: «Sì, assolutamente lo è. Anche qui ho cercato di non parlare dell’argomento in astratto, perché anche lì si rischiava magari di cadere in una descrizione documentaristica dei reclusori femminili che sono il tema centrale del romanzo. Però sì, la verità è che i miei personaggi femminili sono simbolo di quelle donne che verso la fine dell’ottocento e i primi del novecento hanno continuato a soffrire quella deriva di costrizione maschile, ma non soltanto anche della chiesa, anche della società in generale. E quindi insomma, sì, assolutamente il libro si può leggere anche in questa chiave».
È un richiamo potente a una storia che non è poi così lontana. Palma lo sa bene: tra conventi, case chiuse e silenzi tramandati, la memoria delle donne è fatta anche di esclusione e resistenza. Ma è proprio in questo spazio marginale che nasce la capacità di “sciogliere i nodi”, di trasformare il dolore in racconto. Nel lavoro di ricerca sul bisso, Castellini ha dovuto confrontarsi con saperi antichi e pratiche quasi scomparse. Durante la scrittura del romanzo sono state scoperte storie, rituali, o testimonianze che l’hanno molto colpita. Così conosce con un sapere quasi perduto, che restituisce al romanzo una dimensione ancora più profonda: «Sono entrata in contatto con le testimonianze di Arianna Pintus, che è una delle ultime filatrici di bisso sarda.
In Sicilia purtroppo questa attività si è persa, che io sappia. Il modo in cui loro parlano di questa antica maestria ha qualcosa di veramente mistico che mi ha emozionata tantissimo. Poi - aggiunge l’autrice - ho scoperto anche un progetto sostanzioso è il “Progetto bisso”, che è stato lanciato in alcuni musei e che ha proprio l’obiettivo di salvaguardare questa antica maestria e questa fibra naturale, che tra l’altro oggi non si può più pescare e lavorare perché la pinna nobilis che è il mollusco da cui viene tratto è ormai dichiarato a rischio di estinzione dal 2016 e nel 1992 è stato dichiarato specie protetta. Quindi è illegale pescarlo sia vivo che morto, insomma non si può più usare. Loro lavorano le vecchie di raccolte di bisso oppure Arianna Pintus ha trovato un altro mollusco che non è pinna nobilis, ma è un mollusco che viene da altri mari. Per cui diciamo è possibile continuare la pesca controllata».
E poi torna il titolo, quella parola aspra e bellissima: «Malarema è una parola siciliana dialettale che fa parte del gergo dei pescatori, in particolare della zona di Messina e dello stretto, perché indica il flusso e il riflusso di correnti in prossimità del dello ionio e del Tirreno. Malarema è un concetto che ha tanti strati nel romanzo. Di fatto si tratta di una corrente marina che le pescatrici di bisso, di cui parlo io, hanno imparato a controllare che hanno in cui hanno imparato a nuotare. Ma è anche metafora, perché è ciò che muove la storia verso nodi cruciali negativi che portano poi le protagoniste a reagire in modo più o meno forte alla vita. Quindi la Malarema è tante cose in questo romanzo, non a caso è stato scelto come titolo».
Raccontare tradizioni antiche, mestieri dimenticati e memorie del Mediterraneo significa anche consegnare qualcosa alle generazioni future. Dunque, che valore potranno trovare i lettori più giovani in un romanzo come questo? Alessia Castellini risponde con una lucidità che è anche responsabilità: «Ecco questo è un tema che mi sta particolarmente a cuore, perché io da sempre cerco argomenti poco noti, proprio con l’obiettivo non tanto di farli emergere dalla mia voce, non è questo che mi interessa, mi interessa che certe cose non vadano perse.
Nella vita io sono sempre stata legata al concetto della bellezza di ciò che resta e, a volte, ciò che resta dipende da noi. Cioè, cos’è ciò che resta? Soltanto ciò che noi conserviamo con cura, di cui ci prendiamo cura nel tempo e che riusciamo, anche se non fa più parte del nostro presente, a tenerlo nel cuore come elementi del nostro passato.
E quindi, io spero che la gente scopra il bisso, chi non lo conosce e che, chi lo conosce già, abbia un motivo in più per parlarne. Perché è un’antica maestria che mi ha veramente toccato il cuore e che è legata anche a tematiche ambientali, molto molto importanti in questo momento. Il bisso è stato dichiarato in via d’estinzione anche per problemi ambientali, perché le temperature dei mari sono aumentate. Quindi se non lo possiamo proteggere in modo naturale, almeno proteggiamolo con le parole».
Questa storia è ambientata in una società complessa in cui le donne hanno dovuto vivere le loro vite, affrontando problemi, solitudini, superandoli, combattendo, proprio come sciogliendo dei nodi, come si fa nella lavorazione del bisso che richiede pazienza, costanza, rispetto e attenzione. Ancora oggi per molte donne è così. Ecco che il presente si sovrappone al passato, senza fratture ma con continuità: «Questo tema senza dubbio è presente nel romanzo, perché sì, ancora abbiamo tanta strada da fare e il miglior modo per partire è proprio partire da quello che è stato, proprio per evitare che si ripeta e che si possa dimenticare».
La Malarema è, in fondo, questo: un filo che unisce ciò che è stato a ciò che continua a essere. Un racconto che affonda nelle radici del Mediterraneo e riemerge come luce, proprio come il bisso al sole. E dentro quel filo, ancora una volta, ci sono loro: le donne. Marginali, sì. Ma mai invisibili. Sempre pronte a sciogliere nodi, a ricucire storie, a restituire al mondo la bellezza di ciò che resiste.
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