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Si trasferì a Palermo per studiare e ci rimase per amore: la pittrice Boglino, raffinata, ribelle e "libera"

Elisa Maria Maioli in Boglino nasce nel 1905 a Copenanghen dove frequenta l'Accademia Reale ma già nel 1925 giunge a Palermo. In un libro un pezzo della nostra grande bellezza novecentesca

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista, storico dell'arte
  • 25 maggio 2021

Elisa Maria Boglino (foto owlapps)

Padre toscano e madre Danese, Elisa Maria Maioli in Boglino nasce nel 1905 a Copenanghen dove frequenta l'Accademia Reale ma già nel 1925 giunge a Palermo. Non lo sa ancora ma ci rimarrà per parecchio tempo e sempre comunque col cuore.

Bella e riservata, artista raffinata ed eclettica, giunta nel capoluogo siciliano per studiare l'arte arabo-normanna, qui resta e riesce subito ad ambientarsi nel frizzante ambiente artistico animato proprio in quel mentre dalla Mostra Primaverile dei pittori indipendenti volutamente intessuta in chiave antiaccademica da Pippo Rizzo, Vittorio Corona, e Giovanni Varvaro.

Stringe amicizia con la marchesa Notarbartolo e con i pittori Manlio Giarrizzo e Alfonso Amorelli attraverso la cui frequentazione dei rispettivi studi all'ombra della Zisa, incontra l'avvocato Giovanni Boglino che sposa giovanissima già nel 1927.

I due si trasferiscono alla fine dell'attuale corso Calatafimi nei pressi della cosiddetta "Rocca" dove la pittrice imbastisce il suo studio a poca distanza da quello che sarà uno tra gli studi di Salvatore Cardella artista e architetto.



Amante dell'arte italiana trecentesca, si cimenta con cicli pittorici aventi temi biblici realizzando diversi trittici oggi dispersi o presenti in collezioni private. Partecipa con una sua personale alla Terza Mostra Sindacale Fascista di Palermo nel 1932 che consacra Rizzo a "capitano" della dimensione artistica isolana, e nello stesso anno espone alla Galleria Bardi di Roma.

Abile disegnatrice, si trasferisce a Roma nell'immediato dopoguerra dove apre il suo studio a Trastevere, sue opere sono oggi esposte al Mart di Rovereto, alla GAM di Palermo e alla Galleria Civica Sciortino di Monreale, in collezioni private tra Palermo, Agrigento, Roma e Copenaghen.

Una piccola monografia (la prima), 119 pagine edita da Kalòs Edizioni, finalmente ne restituisce oggi la singolare cifra pittorica e ricostruisce la ricerca figurativa pesantemente influenzata dalle contaminazioni artistiche siciliane tra gli anni Venti e Trenta.

Ne è autrice Anna Maria Ruta, nota storica dell'arte instancabile e mai paga di mettere in luce quei particolari tasselli apparentemente stralciati dalla narrazione della "macrostoria" in cui tutto pare esser già stato detto e scritto ma solo fino a prova contraria.

Una "prova contraria" che attinge direttamente alle fonti dirette del materiale d'archivio inedito custodito dagli eredi romani della pittrice e che unisce alla narrazione brillante e puntuale l'incrocio di dati raccolti dell'autrice negli ultimi decenni di studio.

Boglino come Pina Calì, Pietro Piraino, lo stesso Salvatore Cardella (solo per citarne alcuni), appartiene a quella generazione di artisti che seppero animare attraverso la propria poetica figurativa, plastica e compositiva, quella stagione culturale a cavallo e oltre le due guerre mondiali in cui la Sicilia fu periferia più geografica che metaforica; periodo esaltante di impegno ed occasioni che necessita oggi di maggiore attenzione e di una lettura mirata e globale.

Caratteristiche queste ultime, presenti nello scorrevole volume che l'editore palermitano ha confezionato attraverso la ricerca e la determinazione messa in campo da Anna Maria Ruta, la quale ha fortemente voluto far luce su questa singolare artista che la Sicilia la scelse per culla, nido e dinamica rampa di lancio.

Sono diversi e molteplici i tasselli ancora mancanti nella narrazione coerente e strutturata di quei formidabili decenni sedotti dalla bellezza del Novecentismo, questo mi sembra un buon inizio, auspicio per nuovi contributi, perché non esiste conoscenza senza consapevolezza diffusa aperta e per tutti.

I libri svolgono questa funzione e aprono mondi nuovi nell'immaginario del lettore, ma i libri di storia dell'arte, contengono la chiave per generare quell'immediata empatia creativa che serve al futuro del nostro straordinario patrimonio culturale italiano per sedimentare altra nuova bellezza.
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