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Termovalorizzatori in Sicilia: tra bufale e isterie, siamo sicuri di non averne bisogno?

Oggi la Sicilia, a scanso di equivoci, ha ancora enormi problemi nella gestione dei rifiuti: parlando di "inceneritori" alcuni hanno boicottato l'idea a suon di slogan acchiappalike

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 19 novembre 2018

Vienna (Austria): il termovalorizzatore in città

Nel 2017 il Ministero dell’Ambiente aveva espresso parere positivo su uno dei progetti più importanti per la Sicilia in tema di gestione dei rifiuti: la riconversione della centrale elettrica di San Filippo del Mela in un impianto di termovalorizzazione.

Tra comitati "no inceneritori", diffuse patologie da effetto NIMBY (o Not In My BackYard, se non sapete cos’è, cercate su google) e vere e proprie isterie collettive, il Movimento 5Stelle ha cavalcato come sempre l’onda della demagogia e dell’ignoranza generale per ostacolare la realizzazione di un impianto chiave, che avrebbe letteralmente tirato fuori la Sicilia da qualsiasi emergenza rifiuti.

La pietra tombale di questo gigantesco boicottaggio è stata messa dal governo Conte, che a suon di slogan acchiappalike e senza spiegare come fare in alternativa per soddisfare contemporaneamente gli obiettivi dell’Unione Europea e risolvere il problema dei rifiuti in Sicilia, ha bloccato l’iter amministrativo che avrebbe portato, tutto sommato in breve tempo (per costruire un impianto ex-novo servono minimo 5 anni), a realizzare il termovalorizzatore della multiutility A2A vicino Messina.

«Lo stop del Consiglio dei ministri all’inceneritore (attenzione alla terminologia, ndr) della Valle del Mela è un fatto epocale e una vittoria del governo del cambiamento» ha detto orgogliosa la capogruppo del Movimento all’Ars, tale Valentina Zafarana.

Bene, niente recupero energetico dai rifiuti siciliani, ma quali sono le soluzioni alternative? Oggi la Sicilia, a scanso di equivoci, ha ancora enormi problemi nella gestione dei rifiuti.

In barba a tutte le direttive comunitarie, che pongono lo smaltimento come ultima soluzione possibile nel severo ordine gerarchico dominato da prevenzione, riutilizzo e riciclo, il terminale preferenziale degli scarti urbani sono ancora le discariche, in gran parte private, per la felicità del malaffare.

Non solo, ma la Sicilia è vergognosamente ancora senza un piano di gestione regionale e il governo locale continua a proporre piani monchi e la solita solfa della riforma del sistema di governance territoriale (per intenderci gli ambiti territoriali ottimali o A.T.O.).

Ricordiamolo, la Sicilia è l’unica regione d’Italia che ha (ad oggi) una frammentazione territoriale pazzesca: negli ultimi anni si è passati da 27 A.T.O. a 18 "Società per la regolamentazione del servizio rifiuti" (o Srr: per inciso molte regioni hanno un unico A.T.O. regionale), ma con una suddivisione in ambiti di raccolta spaventosa, più di 100 le aree con dimensione comunale!

Il ddl presentato nei giorni scorsi ed approvato in Commissione Ambiente Territorio e Mobilità, dovrebbe comunque semplificare questo dedalo strutturale, cancellando le SRR e creando 9 Autorità di governo d’Ambito (AdA) di dimensione provinciale. Il condizionale è d’obbligo: la suddivisione in sub-ambiti è dietro l’angolo.

Nel frattempo però qualche buona notizia c’è, ovvero che la raccolta differenziata sta finalmente decollando, almeno nei piccoli e medi centri urbani.

Basta guardare i dati pubblicati dalla Regione sul sito dell’Ufficio Speciale per il Monitoraggio della Raccolta Differenziata, per vedere come tantissimi Comuni abbiano superato la fatidica soglia del 30%.

Attenzione, ricordiamolo, non c’è alcun piano di gestione, la soglia è stata imposta dal governo pena l’invio dei rifiuti all’estero a spese dei singoli Comuni. Una vera a propria spada di Damocle più che un ragionato programma di differenziazione su scala regionale, che rischia di trasformarsi in un potenziale boomerang.

Non basta infatti innalzare le soglie di raccolta differenziata se a tergo non c’è una filiera dimensionata correttamente: parliamo di impianti, che devono accogliere i flussi di rifiuti, e soprattutto gli scarti che non possono essere valorizzati e che, secondo le direttive europee sarebbe preferibile non inviare in discarica.

A proposito di ciò bisogna sapere che la grande quantità di scarti prodotta dai processi di selezione della raccolta differenziata, e che non sono valorizzabili, in molte regioni vanno a finire preferibilmente a recupero energetico (ovvero nei termovalorizzatori).

Oggi, in Italia, si differenzia così tanto e bene che, al netto della grande quantità di scarti prodotti, il numero di inceneritori attivi sul territorio è totalmente insufficiente, ciò rischia di creare un orizzonte di proliferazione per la criminalità o, peggio, un ritorno alle discariche.

Bisogna poi fare i conti con un vero e proprio blocco del mercato del riciclo che si sta registrando un po’ in tutto il Vecchio continente.

L’Italia è sempre stato uno dei più importanti esportatori di materiali da riciclo, grazie alle ottime performances raggiunte sia in termini di quantità che di qualità della raccolta differenziata, soprattutto nel nord del Paese.

Destinazione principale di questo flusso di rifiuti era, fino a qualche mese fa, la Cina, paese che oggi ha ridotto enormemente le importazioni, creando un pericoloso stallo del mercato.

Quindi, mentre noi continuiamo a differenziare, le singole frazioni merceologiche iniziano ad essere stoccate in enormi capannoni in attesa di trovare sbocco.

Un passaggio pericoloso però poiché minacciato dalla mano di misteriosi criminali piromani che molto spesso rimangono impuniti. Argomento che il nostro Ministro dell’Ambiente Sergio Costa conosce bene, ma su cui non racconta tutta la verità.

In Italia, dunque, e soprattutto in Europa, serve necessariamente creare un solido mercato delle materie prime secondarie (MPS), per trasformare l’economia circolare da chiacchiere a fatti.

Bisogna introdurre contenuti obbligatori minimi di MPS nei prodotti, cercando di innalzare le quote progressivamente, bisogna armonizzare, snellire e chiarire la normativa relativa ai sottoprodotti e all’end of waste, per garantire uno sbocco a tantissimi scarti e rifiuti che possono e devono essere valorizzati.

È poi necessario incentivare la separazione dell’organico dal resto dei rifiuti urbani e puntare sulla differenziazione spinta, per innalzare gli standard di qualità dei materiali, così come puntare sul riutilizzo e soprattutto sulla prevenzione: il cittadino può fare in modo di ridurre la quantità di rifiuti che produce? Assolutamente sì.

Dovrebbero essere questi gli argomenti della nostra classe politica e non il negazionismo demagogico privo di alcun contraddittorio tecnico o scientifico.

Ci si riferisce, ovviamente, al recupero energetico: terminale essenziale, senza il quale oggi il ciclo dei rifiuti non può essere chiuso.

È vero, la termovalorizzazione dei rifiuti è un processo gerarchicamente inferiore al riciclo, ed anche gli ultimi aggiornamenti delle direttive europee lo dicono a chiare lettere.

Tuttavia l’intera Europa ne fa largamente uso e, grazie all’innovazione tecnologica ed al controllo tramite le Best Available Techniques (le BAT europee, che indicano standard e linee guida di sicurezza nella gestione degli impianti industriali), gli impianti emettono in atmosfera una quantità di inquinanti 10.000 volte inferiore rispetto al traffico veicolare urbano.

Per intenderci, in un anno, un termovalorizzatore inquina meno di 60 macchine diesel ferme per qualche minuto al semaforo. Dicendo che "gli inceneritori appartengono al passato" (noi parliamo però di termovalorizzatori) il nostro Ministro dell’Ambiente sembra non conoscere poi i dati sui rifiuti in Europa.

Fino ad oggi la Germania ha bruciato più del 30% dei rifiuti che ha prodotto, Svezia e Finalndia oltre il 50%, la Danimarca idem, i Paesi Bassi poco meno del 50%, l’Austria oltre il 40%.

Tutti paesi ricchi, avanzati, dove educazione, diritti civili e rispetto dell’ambiente sono ai massimi da sempre.

Paesi in cui restiamo stupiti dall’assenza di rifiuti a terra o per le strade. Paesi che sfruttano l’energia termica prodotta dalla combustione dei rifiuti che non riescono a differenziare (perché non trovano mercato, o perché vanno inertizzati) per dare calore ai propri cittadini, con un enorme vantaggio economico per questi ultimi, o per dare energia e acqua calda ai poli industriali, e che grazie alla circolazione di risorse e di energia stanno mettendo in pratica una delle vere applicazioni dell’economia circolare: la simbiosi industriale.

Paesi che costruiscono gli impianti in piena città ed in cui realizzano ristoranti o piste da sci. Allo stesso tempo in tutti questi paesi le discariche quasi non esistono da anni e la restante percentuale di rifiuti viene riciclata o separata, compresa la frazione organica che, avviata a compostaggio o a digestione anaerobica, consente la produzione di biometano e fertilizzanti per l’agricoltura.

E in Italia? Nel nostro paese facciamo i conti con le emergenze rifiuti, i roghi incontrollati dolosi di cumuli di immondizia (quelli sì che provocano diossine e emissioni letali), problemi e ritardi di gestione (soprattutto al sud), le relative tariffe schizofreniche e le esportazioni transfrontaliere.

E dove vanno i nostri rifiuti? A bruciare negli altri Paesi, per dare calore ai nostri cugini europei.

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