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Tra turiste e "masculini": ecco spiegato il successo della cucina siciliana all'estero

Due turisti scandinavi biondissimi, un cameriere bruno e un retrobottega: se ti distrai, prima o poi incontrerai chi gentilmente ti toglierà il piatto in cui hai mangiato

Dario La Mendola
Curatore e critico
  • 20 novembre 2018

L'arte culinaria non è più se stessa. Come anche i sassi sapranno, quest'estate un giornalista del New York Times (e anche due anni fa e anche la CNN) ha scritto pleonasticamente che Catania è tra le città migliori in tema di enogastronomia.

In città si mangia bene, si paga poco, ci si diverte pure. Questo brevemente il senso dell'articolo.

La notizia, di scarso interesse esistenziale, è rimbalzata da rivista a rivista per l'intera stagione, come se un santone avesse preannunciato la fine del mondo. La ragione di tanto clamore?

Quando qualcuno parla bene della Sicilia, soprattutto se a parlare è un'autorità che pubblicizza minchionerie sul clima, sulla gente, sul cibo, ecc. i siciliani se la fanno sotto dall'emozione. (L'autorità, in questo caso, sarebbe il New York Times. Contenti voi...)

In alcune righe, per dovere di onestà, il giornalista ha toccato dei punti interessanti, malgrado abbia dimenticato la parte più realistica. Mi spiego meglio, e parto dall'inizio.



Giusto alcuni giorni addietro mi trovavo in una di queste trattorie tanto carine del centro storico catanese, intento a magiare un piatto di spaghetti agli asparagi e arance e a leggere il Kitchen Confidential di Anthony Bourdain (leggo e mangio contemporaneamente, sì. Abitudine).

E stranamente ho assistito a una vicenda che avrebbe potuto essere, perché no, un capitolo del libro scritto dallo chef suicidatosi lo scorso giungo.

Sintetizzo più che posso, con i tempi verbali al presente per dare un tocco giornalistico a questo pezzo come al solito anti-giornalistico per eccellenza.

Due turisti scandinavi biondissimi scelgono la trattoria in cui mi trovo. Chiedono alla cassiera un posto all'aperto.

Vengono accompagnati in un piccolo cortile e siedono attorno a un tavolo in legno, con tovaglia a quadri rossi e bianchi.

Io, dall'interno, li scruto attraverso una grande vetrata. Lui pare un po' rincoglionito in volto, con una camicia hawaiana, bermuda viola, sandali in gomma e calzini ai piedi.

Lei, secca secca, è invece molto sveglia, ha un foulard che le fascia il collo, e si guarda intorno e annusa l'aria manco fosse un segugio.

Prontamente li raggiunge un cameriere alto, con riccioli neri e lunghe ciglia, vestito in abiti attillati, culo all'insù ed elegante fadale (grembiule) che gli evidenzia per bene le spalle e i tricipiti.

Dopo un finto sorriso a entrambi, immediatamente ricambiato, il ragazzo gli elenca, come avrebbe fatto un bambino delle elementari che ha imparato a memoria una poesia, il menù del giorno in perfetto inglese.

I turisti ci pensano un paio di secondi e ordinano dei masculini (pesce azzurro) impanati con semplice farina, fritti in olio bollente.

Dopo alcuni minuti di attesa il pesce viene servito su un ampio piatto in ceramica di Caltagirone, accompagnato da una cesta in vimini piena di limoni gialli e una caraffa di vino bianco freschissimo.

Scambiato un amorevole bacio, i due brindano e cominciano a mangiare. (Che spettacolo osservare due fidanzati che mangiano insieme!).

Poi, terminato il pranzo, lui pesca lo smartphone dalla tasca anteriore dei bermuda e affoga tra i cristalli liquidi dell'immenso mare digitale.

Lei giocherella con il foulard e ricomincia ad annusare l'aria. Ogni tanto, osservando il fidanzato, la ragazza imprime il dito sul sesamo sparso per il tavolo e lo porta alla bocca, succhiandolo con nervosismo.

I tavoli dirimpetto rimangono vuoti. La ragazza, visibilmente annoiata, chiama il cameriere. Ma non per il conto. Scambia con lui, divertita, alcune parole.

Lo tocca. Gli sorride. Lo tocca e gli sorride ancora. Il cameriere la lascia con un sussurrato "wait" (aspetta, in inglese) e, a una collega impegnata a sbarazzare i tavoli, le farfuglia qualcosa all'orecchio. Lei, pacche sulla spalla, gli augura buona fortuna.

Il cameriere emette un fischio mentre si trova all'uscio del locale. La ragazza si volta, guarda a lungo il cameriere e, tornata con lo sguardo al suo fidanzato, le sento pronunciare un chiarissimo «...toaletten», preceduto da vocaboli incomprensibili, che tradotti in italiano dovrebbero indicare: "Scusa amore, vado al cesso".

Il fidanzato ha gli occhi nel vuoto, si morde il labbro inferiore. Ritornato lentamente nella realtà mentre il suo pollice autonomamente effettua lo scroll allo schermo del telefonino, annuisce alla fidanzata e sbuffa.

Lei si alza, lo sbaciucchia velocemente, lo carezza alla guancia sinistra e va incontro al cameriere.

Passata mezz'ora, vedo comparire dalla porta della cucina prima la ragazza con i capelli arruffati, il foulard avvolto in mano, il trucco spento. E qualche secondo dopo il cameriere, faccia biancastra, privo di grembiule e la zip dei pantaloni mezza aperta.

La ragazza siede nuovamente di fronte al fidanzato, il quale le strizza l'occhio. Seguono attimi di tenerezza tra i due. Tanta tenerezza. Lei gli porge la mano e inclina la testa. Lui non la caca affatto.

Arriva al loro tavolo il cameriere, che si avvicina al ragazzo sempre con gli occhi sullo smartphone, chiedendo se può portare via il piatto.

Lui dice di sì e lo ringrazia calorosamente, rivolgendogli parecchi complimenti per i pesci. Il cameriere, serio serio, ritorna in cucina con il piatto piene di lische. La collega, guardando la scena, non riesce a trattenersi dalle risate.

Ecco, non so cosa abbia visto il giornalista americano a Catania, ma l'enogastronomia siciliana è più simile a un mistero inenarrabile che a un semplice mercatino abbordabile per chi ha i dollaroni.

Inoltre, non so nemmeno cosa abbiano fatto esattamente la ragazza e il cameriere per mezz'ora. Affari loro. Il cuoco, un mio amico, ha detto che lui avrebbe mostrato a lei la cella frigorifera in cui sono gelosamente custoditi i masculini. Bah... ci credo poco.

In questo mondo, di vero, c'è soltanto una metafora: prima o poi incontrerai chi gentilmente ti toglierà il piatto in cui hai mangiato.

Perché l'arte culinaria, ebbene sì, non è più se stessa.
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