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Tre attacchi in meno di 3 mesi a Sicily By Car, Dragotto: "Non otterranno nulla da noi"

Dopo il terzo attacco, infatti, la paura non riguarda più soltanto ciò che è già accaduto, ma cosa potrebbe accadere. L'intervista a Tommaso Dragotto

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 11 giugno 2026

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La prima volta sono arrivati i colpi di kalashnikov. La seconda il fuoco. Adesso hanno colpito ancora, tornando nel deposito di via San Lorenzo e lasciando dietro di sé undici mezzi danneggiati, nove automobili e due furgoni. Tre attacchi in meno di tre mesi contro la stessa azienda.

Tre episodi e ancora nessuna spiegazione, nessuna richiesta, nessun messaggio capace almeno di far capire a Tommaso Dragotto da chi debba difendersi e perché. «Viviamo nel buio», dice il fondatore di "Sicily By Car" poche ore dopo il nuovo incendio. Un buio che non è soltanto quello della notte in cui sono divampate le fiamme, ma quello di chi continua a essere colpito senza riuscire a dare un nome, una ragione o un obiettivo a ciò che sta accadendo.

«Non ci hanno mai chiesto nulla. Mai. Nessuna “bussata”, nessun avvertimento, nessun campanello d’allarme. Zero», ripete Dragotto ancora sotto shock. «Se ci fosse stato qualcosa, almeno potremmo dire che una richiesta è stata respinta. Invece nei nostri confronti non è mai arrivato niente».

L’ultimo attacco è avvenuto nella notte, intorno alle 2.30, nel parcheggio all’aperto della società di autonoleggio. Sul posto sono intervenute diverse squadre dei vigili del fuoco, mentre le immagini delle telecamere di videosorveglianza, già consegnate ai carabinieri, avrebbero ripreso un’azione rapidissima: qualcuno entra nell’area, sparge il liquido infiammabile sui mezzi, appicca il fuoco e si allontana.

«Hanno fatto tutto in circa tre, quattro minuti», racconta l’imprenditore. Il tempo di entrare, incendiare le vetture e scomparire, aggiungendo un altro episodio a una sequenza che, dopo quest’ultimo, non può più essere letta come una successione di fatti isolati.

Il primo era avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 marzo, proprio nello stesso deposito di via San Lorenzo. Un commando con il volto coperto aveva scavalcato il muro e sparato una raffica di kalashnikov contro le auto parcheggiate all’interno, mentre un complice avrebbe atteso fuori. Un’azione altrettanto rapida e violenta, sulla quale si sta ancora indagando.

Poco più di due mesi dopo, il 27 maggio, era arrivato il secondo. Questa volta le fiamme avevano avvolto le vetture nel piazzale della nuova sede di Villagrazia di Carini, inaugurata soltanto poche settimane prima: più di venti i mezzi coinvolti, dieci dei quali completamente distrutti.

Adesso il fuoco è tornato nel luogo in cui tutto era cominciato, chiudendo il cerchio. Dagli spari di marzo al rogo di Carini, fino al nuovo incendio a San Lorenzo: cambiano le sedi e le modalità, ma resta la stessa sensazione di vulnerabilità: quella di chi continua a essere raggiunto senza avere ricevuto prima una telefonata, una minaccia o una richiesta.

«Siamo scioccati e stupiti - ammette Dragotto -. Da quando sono nato non ho mai assistito a una cosa come questa: una società colpita tre volte in maniera così eclatante». Non formula ipotesi e non attribuisce a quanto accaduto una matrice che spetta agli investigatori accertare. Torna però continuamente su quel vuoto che rende tutto ancora più difficile da decifrare: «Da noi non possono ottenere niente. E forse lo sanno. Forse è proprio per questo che colpiscono, ma non posso saperlo».

È una frase che contiene insieme lo smarrimento e la volontà di non arretrare. Ma dopo una raffica di kalashnikov e due incendi non basta più affermare che non si cederà: bisogna anche capire come impedire che chi agisce possa tornare ancora.
L’azienda sta già lavorando per rafforzare la protezione dei depositi, dei garage e delle aree in cui vengono custoditi i veicoli.

«Stiamo provvedendo a una maggiore salvaguardia dei nostri beni e delle nostre macchine - spiega Dragotto -. Adesso valuteremo quali altre misure prendere per metterci, non dico in totale sicurezza perché la sicurezza totale non esiste mai, ma in una condizione migliore rispetto a quella attuale».

La sua richiesta alle Istituzioni, però, non si ferma ai cancelli di Sicily By Car: «Chiediamo una salvaguardia del territorio. Non pensiamo soltanto a noi», sottolinea. Perché il terzo attacco contro l’azienda non arriva dentro una città tranquilla. Si inserisce in un clima che negli ultimi mesi ha visto soprattutto la zona nord di Palermo attraversata da una lunga scia di intimidazioni contro chi lavora e fa impresa.

A Sferracavallo, prima un’autorimessa e poi il ristorante "Al Brigantino" sono stati raggiunti da raffiche di kalashnikov. Davanti ad alcune attività sono comparse bottiglie contenenti benzina. Alla pizzeria Ulisse di Tommaso Natale, dopo il primo avvertimento del 7 maggio, nella notte del 9 giugno qualcuno è tornato per appiccare il fuoco all’ingresso del locale.

Episodi diversi, oggetto di indagini distinte, per i quali non è possibile stabilire automaticamente un’unica regia, ma accostati l’uno all’altro restituiscono un linguaggio riconoscibile: quello delle armi, della benzina e del fuoco usati per entrare nella vita di imprenditori e commercianti e togliere loro la serenità, anche quando la richiesta rimane taciuta.

È a questo contesto che guarda Dragotto quando ricorda le attività raggiunte da colpi di pistola o da richieste di denaro. «La verità la sanno soltanto loro», dice. E finché chi agisce rimane senza un volto, per chi subisce diventa difficile perfino comprendere contro che cosa stia combattendo.

Intanto la città prova a non lasciare soli gli imprenditori colpiti. Dopo l’incendio alla pizzeria Ulisse, consiglieri comunali e rappresentanti delle associazioni hanno scelto di andare nel locale e mangiare una pizza, trasformando un gesto quotidiano in una presa di posizione pubblica.

«Nessuna distanza: tutti i quartieri sono Palermo. Ecco perché abbiamo sentito il bisogno di andare a mangiare una pizza alla pizzeria Ulisse», afferma Antonio Nicolao, vicepresidente della Prima circoscrizione, che ha partecipato insieme ad Antonella Ferraro dell’associazione "Via La Lumia e dintorni" e a Pino Mulè dell’associazione "Tecca Vacua" di piazza Magione.

«Non vogliamo tornare agli anni Ottanta e non possiamo accettare di lasciare ai nostri figli la Palermo del coprifuoco - aggiunge Nicolao -. Il governo non deve mandare soltanto sessanta telecamere: quelle la pizzeria le ha già. Servono uomini e donne che garantiscano la prevenzione, la sicurezza e la legalità nella nostra città».

Anche attorno a Sicily by Car si moltiplicano in queste ore i messaggi di vicinanza. Il presidente di Ance Palermo, Giuseppe Puccio, e la presidente dell’Ordine degli Architetti di Palermo, Giuseppina Leone, esprimono «sdegno e solidarietà» a Dragotto e alla sua azienda.

«Non si può rimanere in silenzio di fronte a questa escalation di azioni intimidatorie che prendono di mira imprenditori e attività economiche a Palermo», affermano. Una successione di gesti criminali che, sottolineano, rischia di riportare la città al tempo in cui la paura e le intimidazioni pretendevano di condizionarne la vita economica.

La solidarietà è importante perché chi viene colpito non deve sentirsi solo. Ma arriva inevitabilmente dopo: dopo gli spari, dopo la benzina, dopo che le fiamme sono entrate nei luoghi di lavoro. E non può sostituire quella prevenzione che Dragotto, Nicolao e le associazioni chiedono adesso alle istituzioni. «Speriamo che ne arrestino qualcuno a breve, almeno per farlo parlare e capire che cosa vogliono. O che cosa vorrebbero», conclude Dragotto.

Dopo il terzo attacco, infatti, la paura non riguarda più soltanto ciò che è già accaduto. Riguarda quello che potrebbe ancora accadere e l’impossibilità di sapere quale sede, quale attività o quale notte possano essere le prossime. In una città che non può permettersi di aspettare ogni volta gli spari o le fiamme per accorgersi che qualcuno sta provando a riportarla indietro.
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