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Tutti lo guardano ma nessuno sa chi è: al Politeama di Palermo una statua da scoprire

Se siete in piazza Castelnuovo, dategliela "una talìata" al principe di Castelnuovo. Ecco la storia di uno uomo dalle mille avventure in bella mostra nel cuore della città

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 26 settembre 2020

La statua di Carlo Cottone in piazza Ruggero Settimo a Palermo

Un giorno, mentre mi spartivo la panchina con il signore che arriffa i numeri, e mi sciarriavo con il cetriolo del panino di McDonald’s, consigliatomi dal bambino della scolaresca in gita che mi stava davanti nella fila, di fronte a me si ergeva in statua colui che solleticò la seguente domanda: ma cu schifio è?

“Me zì, gli faccio all'arriffatore".
“Com'è?”
“Ma stu nummaro che mi ha venduto, e che erano pure le ultime due euro, dove lo vedo se vinco o no?!”
“Primo astratto, ruota ri Palermo, sabato chistu.”
“E che vinco, se vinco?”
“E che sugnu mago, io?!”

“Ma almeno cu è stu cristiano della statua me lo sa dire?”, una cosa gliela dovevo pur scroccare.
“Come cu è! Ca quello alle tue spalle è il teatro Politema... e chisto è u principe di Politeama!”

Il primo astratto sulla ruota di Palermo me lo scordai, il bambino del panino non lo trovai, ma in compenso me ne tornai con la sensazione che la storia di stu “principe di Politeama” non quadrava proprio tanto assai. Se dico Carlo Cottone forse vi viene in mente il nome di un vostro compagno delle elementari (come nel mio caso), ma sappiate che è questo signore, marchese di Villahermosa, principe di Castelnuovo, nonché uomo della statua, a dare il nome alla piazza più famosa di Palermo.



Quante passiate al Politeama, scrutati dal suo sguardo severo, mentre di nascosto facevamo cadere la cartuzza a terra. “Non scendo perché un mi pozzu muovere,” avrà pensato tante volte, lui, che per la Sicilia si è battuto e non poco, “ma si scinnu…” Carlo, figlio del principe Gaetano e della contessa Lucrezia Cedronio, nasce a Palermo nel 1756 il dì 30 settembre; giorno poco azzeccato per il compleanno di un intellettuale, dato che dopo di lui nasceranno Giorgio Panariello, Monica Bellucci e Renato Zero.

Già suo padre, Don Tano, che era “vicario e visitatore generale dei regi caricatori”, cioè la parola difficile per dire “chiddu ca controllava i magazzini dove i baroni mettevano parte del loro raccolto di grano destinato all’esportazione (perché vendendo su amazon facevano i buchi a cuegghiè)”, si era fissato con suddetta categoria nobiliare sapendo che dove c’era sgubbo questi si buttavano per tutte le ruote.

“Ci vinissi n’attacco ri celiachia a tutti sti baroni, accussì ci finisce u babbio con il grano!” (forse non lo disse, ma ci deve essere andato vicino). Tuttavia, nonostante gli insegnamenti di papà, Carlo Cottone fu condizionato da due miti: La Rivoluzione Francese e il viceré Caracciolo.

Quest’ultimo, filo illuminista, ebbe il merito di abolire definitivamente il tribunale dell’inquisizione, ma la grande sfortuna di morire proprio nel bel mezzo dello scoppio della Rivoluzione Francese; che per capirci è come se un tifoso di calcio se la coglie prima dei calci di rigore, nella finale dei mondiali Italia-Francia del 2006.

Circa nel mezzo del cammin sua della vita, bello come il sole non lo possiamo dire perché mischino, Carluzzo, aveva l’occhi a pirtuso, uno aperto e l’avutru chiuso, inizia a sviluppare un’antipatia di quella potente nei confronti di Ferdinando di Borbone e sta fissaria delle “Due Sicilie” perché quando prendeva in mano la cartina geografica e ne vedeva solo una pensava: “vabbè l’occhi a purtuso, ma questo è più orbo di mia!”.

E non lo diceva solo riferito alla cartina, ma il suo giudizio era legato più che altro al fatto che quando si parlava di picciuli e donativi, stu bello spicchio di Ferdinando, calava tutta la pasta in una pignata e l’altra la lasciava completamente vacante; ed era sempre quella della “Sicilia isola”.

Nel 1802 inglesi e francesi la finiscono di aggaddarsi firmando un pezzo di carta che prese il nome di trattato di Amiens. Carlo cu sta scusa ne approfitta per farsi un viaggio di istruzione in Francia e Inghilterra per allitterarsi; Carlo però è culoso perché manco torna che francesi e inglesi ricominciano a prendersi a colpi di tappine. Quello che ne segue è un mix fra Guerre Stellari e Beautiful: la corte dei Borboni è costretta a rifugiarsi in Sicilia, colpi trattati e controtrattati che danno la tutela dei mari siciliani alla flotta inglese, assembramenti, colpi di tosse e buongiorno da Mondello.

Per motivi che non sto qui a dirvi, ma ci sono sempre di mezzo i baroni, nel 1811 Carlo Cottone viene arrestato e deportato a Favignana. Per fortuna dopo qualche mese viene liberato da Bentinck; che quando l’ho letto mi pareva un personaggio del “Signore degli anelli”, ma vi posso assicurare che era “ministro plenipotenziario dell’Inghilterra in Sicilia e comandante di tutte le forze britanniche nel Mediterraneo” (a me quando mi hanno sospeso da scuola, mi ha dato un passaggio frate Attilio che, nel tratto scuola casa, mi interrogava sui comandamenti e ogni che sbagliavo partiva pugno in testa con la manciaciume).

Nello stesso anno, sempre con l’appoggio di Bentinck, presenta una carta costituzionale al parlamento siciliano con cui non solo rinuncia lui stesso ai privilegi feudali, ma tenterà di applicare lo stesso principio a tutta la classe baronale che, però, grazie al solito gioco di prestigio alla Silvan, riuscirà a schivare il pericolo. Insomma, la prossima volta che siete a piazza Castelnuovo, pure se vi guarda con gli occhi a purtuso, uno aperto e l’avutru chiuso, dategliela ‘na taliata al principe di Castelnuovo, che intanto io cerco di ricordami il primo astratto sulla ruota di Palermo e poi, magari, vi racconto il seguito.

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