Un luogo scomparso a Palermo, resta solo una via: dov'era il "Serraglio dei tintori"
Era all'interno di un noto mercato storico, dentro un giardino. Nel medesimo edificio dove un tempo c'era la siccheria vecchia di Palermo poi trasferita. La sua storia
La varietà e la ricchezza delle stoffe dipinte indossate dai re siciliani dell'epoca normanna è testimoniata dai mosaici bizantini che ancora oggi, per nostra fortuna, brillano nelle pareti di alcune tra le più prestigiose chiese di Palermo. Valga su tutti l'esempio dell'incoronazione di Ruggero II collocato all'interno della chiesa di S. Maria dell'Ammiraglio (Martorana), ove si nota "il re Ruggiero calzato di sandali colore rossastro; un camice azzurro gli scende dal collo sino ai piedi. Sopra di esso una tunica dell'istesso colore ricamata in oro arriva fino alle gambe, e su di questa una fascia egualmente azzurra guernita d'oro cingendo le spalle, ed incrociandosi nel petto, lascia cadere un estremo sino al lembo della tunica, mentre l'altro passando dal fianco va a pendere sul braccio sinistro con rivolta rossastra".
Tali abiti e altri manufatti erano creati all'interno del tiraz, parola di origine persiana che indica sia l'opificio reale di Palermo, ove insieme ad operai e artigiani musulmani il primo re di Sicilia vi introdusse alcuni schiavi greci, abili tessitori, catturati dall'ammiraglio Giorgio Antiocheno durante le guerre nel Peloponneso, sia il nome dei manufatti stessi. Da questo miscuglio di culture, tradizioni e antichi mestieri nasceranno abiti che traevano spunto dai vestimenti degli imperatori d'Oriente ma con arabeschi ricamati e orli decorati di scritte in lingua araba dai caratteri “cufici” o “naskhī”.
Alcuni di questi manufatti, come il pallio semicircolare di Ruggero II (1133-4), intorno al quale i tessitori ricamarono una scritta che suona come un brand, un marchio di fabbrica o uno dei primi “diritti d'autore” della storia, sono ancora esistenti e si possono ammirare all'interno del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Le stoffe degli abiti, magistralmente tessute, ricamate e impreziosite da perle, lamine dorate e pietre preziose, si presentavano in svariati colori grazie alle meno note e prestigiose maestranze dei tintori.
In passato, per realizzare i colori dell'arte tintoria, si usavano elementi provenienti dal mondo animale (murici), vegetale (croco, cuncuma, robbia, indaco, ecc.) e minerale (minio). Estratta la sostanza colorante da questi, la si faceva essiccare per poi aggiungerla all'interno di grandi caldaie o vasche contenenti acqua calda o in ebollizione. Infine venivano aggiunti i vari fili di seta, lino, lana, fustagno, cucullo, cotone ecc. che bisogna colorare. In alcune aree del Mediterraneo e in Asia questa pratica è ancora in uso. Ma nell'industria contemporanea del tessile, purtroppo, prevale l'utilizzo di sostanze chimiche e di tessuti sintetici.
Certi diplomi promulgati da Federico II del 1210, 1211 e 1215 riguardano proprio la tintoria e la maestranza dei tintori, la quale rientra a pieno titolo fra le più antiche della città. In particolare egli concesse all'arcivescovo e ai canonici della cattedrale di Palermo “totam tinctam nostram”, ovvero il diritto conferito ad uno speciale appaltatore di esigere un tanto per cento su tutto il panno che si tingeva. Il prezzo da pagare variava secondo il peso e il colore.
Ogni tessitore poi era obbligato a portare i suoi panni nella Tintoria Regia, almeno secondo quanto riportato nella pandetta (particolare legge) di Messina. Probabilmente lo stesso doveva valere anche per Palermo, sebbene non abbiamo riscontri di edifici entro i quali vi fosse la Tintoria Regia ai tempi di Federico. Nel corso del tempo le cose dovettero cambiare e i tintori poterono fare impresa privatamente. Gli opifici reali di Palermo persero nel frattempo il loro prestigio e la loro centralità cedendo il passo ad altre città italiane come Lucca, Firenze, Venezia e Genova, dalle quali anche Palermo finì per importare la materia prima tessile, basti pensare alla novella di madama Iancofiore del Boccaccio.
Nella toponomastica di Palermo esiste ancora oggi la via dei Tintori nel quartiere della Loggia a ovest dell'attuale Palazzo delle Finanze. Qui pare vi abitassero almeno sin dal XVIII secolo diversi tintori insieme al loro console. Ciò lo deduciamo dalla cronaca della congiura di Antonino Giancuzzo (1711), durante la quale la maestranza dei tintori sventò il tentativo di alcuni rivoltosi di aprire le carceri della Vicaria (Palazzo delle Finanze). Per tale alta dimostrazione di fedeltà ricevettero gli encomi dell'allora regnante Filippo V e rifiutarono un compenso in denaro ritenendo di aver fatto solo il loro dovere.
Sempre nel Settecento si registra da parte del senato palermitano la disposizione di due barconi da tenere permanenti alla Cala di Palermo affinché vi si deponessero le “bruttezze” evidenti intorno al porto causate dalle ramaglie stazionarie di sommacco e mortella che servivano ai tintori per la loro impresa. C'era un certo senso del decoro in passato, almeno per i luoghi più frequentati. I tintori e le loro botteghe erano sparsi nella città fino al 1740 e sottoposti ai vincoli comuni a tutte le altre maestranze. In quell'anno però, la tintoria venne costituita in monopolio e tale attività fu circoscritta in quello che venne definito il “serraglio” o “recinto” o “ridotto” dei tintori, il quale era situato nel quartiere del Capo, all'interno del famoso giardino della Cuncuma, nel medesimo edificio ove un tempo vi era la siccheria vecchia di Palermo (la Zecca vecchia) poi trasferita nel piano della Marina. Il serraglio dei tintori rimase in tal luogo per pochissimo tempo, infatti, a causa di scarsi profitti, ne venne chiesta l'immediata abolizione al re Carlo III di Borbone, la quale avvenne nel 1746-7.
Sebbene ancora nel 1875 Carmelo Piola citi un vicolo dei Tintori nei pressi della via Candelai, del Serraglio dei tintori non ne rimane proprio nulla nella memoria dei cittadini né nella toponomastica locale, tanto che ancora oggi quel luogo è indicato come cortile del Secco, un toponimo impreciso che rimembra solo la passata dimora della Zecca, ma per fortuna vi fu chi ne serbò memoria e noi continuiamo la tradizione di tramandarla.
Tali abiti e altri manufatti erano creati all'interno del tiraz, parola di origine persiana che indica sia l'opificio reale di Palermo, ove insieme ad operai e artigiani musulmani il primo re di Sicilia vi introdusse alcuni schiavi greci, abili tessitori, catturati dall'ammiraglio Giorgio Antiocheno durante le guerre nel Peloponneso, sia il nome dei manufatti stessi. Da questo miscuglio di culture, tradizioni e antichi mestieri nasceranno abiti che traevano spunto dai vestimenti degli imperatori d'Oriente ma con arabeschi ricamati e orli decorati di scritte in lingua araba dai caratteri “cufici” o “naskhī”.
Alcuni di questi manufatti, come il pallio semicircolare di Ruggero II (1133-4), intorno al quale i tessitori ricamarono una scritta che suona come un brand, un marchio di fabbrica o uno dei primi “diritti d'autore” della storia, sono ancora esistenti e si possono ammirare all'interno del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Le stoffe degli abiti, magistralmente tessute, ricamate e impreziosite da perle, lamine dorate e pietre preziose, si presentavano in svariati colori grazie alle meno note e prestigiose maestranze dei tintori.
In passato, per realizzare i colori dell'arte tintoria, si usavano elementi provenienti dal mondo animale (murici), vegetale (croco, cuncuma, robbia, indaco, ecc.) e minerale (minio). Estratta la sostanza colorante da questi, la si faceva essiccare per poi aggiungerla all'interno di grandi caldaie o vasche contenenti acqua calda o in ebollizione. Infine venivano aggiunti i vari fili di seta, lino, lana, fustagno, cucullo, cotone ecc. che bisogna colorare. In alcune aree del Mediterraneo e in Asia questa pratica è ancora in uso. Ma nell'industria contemporanea del tessile, purtroppo, prevale l'utilizzo di sostanze chimiche e di tessuti sintetici.
Certi diplomi promulgati da Federico II del 1210, 1211 e 1215 riguardano proprio la tintoria e la maestranza dei tintori, la quale rientra a pieno titolo fra le più antiche della città. In particolare egli concesse all'arcivescovo e ai canonici della cattedrale di Palermo “totam tinctam nostram”, ovvero il diritto conferito ad uno speciale appaltatore di esigere un tanto per cento su tutto il panno che si tingeva. Il prezzo da pagare variava secondo il peso e il colore.
Ogni tessitore poi era obbligato a portare i suoi panni nella Tintoria Regia, almeno secondo quanto riportato nella pandetta (particolare legge) di Messina. Probabilmente lo stesso doveva valere anche per Palermo, sebbene non abbiamo riscontri di edifici entro i quali vi fosse la Tintoria Regia ai tempi di Federico. Nel corso del tempo le cose dovettero cambiare e i tintori poterono fare impresa privatamente. Gli opifici reali di Palermo persero nel frattempo il loro prestigio e la loro centralità cedendo il passo ad altre città italiane come Lucca, Firenze, Venezia e Genova, dalle quali anche Palermo finì per importare la materia prima tessile, basti pensare alla novella di madama Iancofiore del Boccaccio.
Nella toponomastica di Palermo esiste ancora oggi la via dei Tintori nel quartiere della Loggia a ovest dell'attuale Palazzo delle Finanze. Qui pare vi abitassero almeno sin dal XVIII secolo diversi tintori insieme al loro console. Ciò lo deduciamo dalla cronaca della congiura di Antonino Giancuzzo (1711), durante la quale la maestranza dei tintori sventò il tentativo di alcuni rivoltosi di aprire le carceri della Vicaria (Palazzo delle Finanze). Per tale alta dimostrazione di fedeltà ricevettero gli encomi dell'allora regnante Filippo V e rifiutarono un compenso in denaro ritenendo di aver fatto solo il loro dovere.
Sempre nel Settecento si registra da parte del senato palermitano la disposizione di due barconi da tenere permanenti alla Cala di Palermo affinché vi si deponessero le “bruttezze” evidenti intorno al porto causate dalle ramaglie stazionarie di sommacco e mortella che servivano ai tintori per la loro impresa. C'era un certo senso del decoro in passato, almeno per i luoghi più frequentati. I tintori e le loro botteghe erano sparsi nella città fino al 1740 e sottoposti ai vincoli comuni a tutte le altre maestranze. In quell'anno però, la tintoria venne costituita in monopolio e tale attività fu circoscritta in quello che venne definito il “serraglio” o “recinto” o “ridotto” dei tintori, il quale era situato nel quartiere del Capo, all'interno del famoso giardino della Cuncuma, nel medesimo edificio ove un tempo vi era la siccheria vecchia di Palermo (la Zecca vecchia) poi trasferita nel piano della Marina. Il serraglio dei tintori rimase in tal luogo per pochissimo tempo, infatti, a causa di scarsi profitti, ne venne chiesta l'immediata abolizione al re Carlo III di Borbone, la quale avvenne nel 1746-7.
Sebbene ancora nel 1875 Carmelo Piola citi un vicolo dei Tintori nei pressi della via Candelai, del Serraglio dei tintori non ne rimane proprio nulla nella memoria dei cittadini né nella toponomastica locale, tanto che ancora oggi quel luogo è indicato come cortile del Secco, un toponimo impreciso che rimembra solo la passata dimora della Zecca, ma per fortuna vi fu chi ne serbò memoria e noi continuiamo la tradizione di tramandarla.
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