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Un mistero avvolge la storia del "cigno": il giallo sulla morte di Vincenzo Bellini

Il compositore siciliano cui è intitolato il teatro – bello come un angelo, "orgoglio di Catania e del mondo per le sue limpide melodie" - morì in Francia a soli 33 anni in circostanze misteriose

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 2 maggio 2022

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Ritratto del compositore Vincenzo Bellini

«Egli aveva una figura alta e slanciata... Viso regolare, piuttosto lungo, d'un rosa pallido; capelli biondi, quasi dorati, pettinati a riccioli radi; fronte alta, molto alta e nobile; naso diritto; occhi azzurri, pallidi; bocca ben proporzionata; mento rotondo. I suoi lineamenti avevano un che di vago, di privo di carattere, di latteo, e in codesto viso di latte affiorava a tratti, agrodolce, un'espressione di dolore».

Così Heinrich Heine in "Notti fiorentine" descrive Vincenzo Bellini, musicista tra i più celebri compositori del bel canto italiano. Nato a Catania nel 1801, fu figlio e nipote d'arte: il padre era un compositore minore, mentre il nonno paterno, Vincenzo Tobia Nicola Bellini, era un rinomato compositore di musiche sacre. Le doti musicali del fanciullo furono subito evidenti e il nonno ne intuì l'alta predisposizione verso la composizione. Nel 1819 gli fu assegnata dall’amministrazione di Catania una borsa di studio che gli permise di frequentare il Real Collegio di Musica di S. Sebastiano a Napoli.



Dopo l’esperienza napoletana e il successo al Teatro alla Scala di Milano de Il pirata (1827) e La straniera (1829), con la partenza alla volta di Parigi arrivò la svolta decisiva nella carriera del musicista. Nella capitale francese entrò in contatto con alcuni dei più grandi compositori d'Europa, come Fryderyk Chopin e Gioacchino Rossini (che lo considerava il suo pupillo) e compose numerose romanze da camera, alcune delle quali in francese per il Teatro dell'Opéra di Parigi.

Il talentuoso artista catanese, soprannominato il “Cigno” proprio per la sua grazia e la sua eleganza, si spense prematuramente tuttavia nel 1835 a Puteau, in Francia, a soli 33 anni, per un'infezione intestinale amebica contratta all'inizio del 1830. Scrive lo studioso Nunzio Barbagallo che all'annuncio della morte di Vincenzo Bellini i cittadini di Catania rimasero sconvolti e come se fosse morto un familiare stretto intervennero, vestiti a lutto, alla rappresentazione della “Norma”, presso il Teatro Comunale.

Nonostante la chiara cronicità del disturbo gastrointestinale che aveva colpito Bellini, dopo la sua scomparsa improvvisa in alcuni ambienti si iniziò a pensare che il soave “cigno” fosse stato avvelenato. Le questioni amorose e le frequentazioni del compositore ritornarono anche in queste congetture. Diverse furono infatti le relazioni amorose del musicista, che ammetteva di essere un seduttore “volubile come il vento”: “Io sono debole con le donne, specialmente quando sono belle”. Tra i suoi tanti amori ricordiamo Maddalena Fumaroli e Giuditta Cantù.

La storia con la Fumaroli a Napoli venne ostacolata dal padre di lei, un severo magistrato, che affermò sprezzante: “mia figlia non sposerà mai un suonatore di clavicembalo!". Due anni dopo, quando Vincenzo fece il suo esordio alla Scala, il giudice cambiò idea ma nel frattempo il giovane musicista aveva trovato un’altra fiamma, il soprano Adelaide Tosti, con grande dolore della Fumaroli che pochi anni dopo morì di crepacuore.

Il secondo amore più noto del Bellini fu un’affascinante e ricca signora milanese, Giuditta Cantù, moglie dell’imprenditore della seta Ferdinando Turina: la coppia ospitò Vincenzo nella lussuosa dimora di famiglia per 5 anni.

Fu ipotizzato che gli assassini di Bellini potessero essere i signori Levys, presso cui era ospite alle porte di Parigi. Quest'ipotesi sembra avvalorata dallo strano comportamento dei due coniugi, che vietarono a chiunque di vedere Vincenzo (segregato nel loro palazzo e ammalato) e che lo lasciarono in compagnia del loro giardiniere, partendo per Parigi.

Il Re Luigi Filippo ordinò l’autopsia e l’imbalsamazione del corpo del musicista. Fu il professor Adolphe Dalmas ad occuparsi dell’esame autoptico, che rivelava un intestino ricoperto da ulcerazioni piene di pus e un ascesso della grandezza di un pugno all’estremità del fegato. Dalmas giunse alla conclusione di un decesso per colite ulcerosa.

Bellini fu sepolto nel cimitero di Père-Lachaise, dove rimase per oltre 40 anni, vicino a Chopin e a Cherubini. Per questioni politiche e burocratiche il feretro tornò in Italia solo nel 1876 e nelle varie tappe del rientro in Patria, fu accolto ovunque con calore e commozione.

A Catania vennero celebrate solenni esequie, a cui parteciparono alcuni parenti del compositore (tra cui due dei suoi 5 fratelli, gli unici ancora in vita), autorità civili, militari e religiose ma soprattutto migliaia di catanesi. La salma del compositore fu pietosamente avvolta in sudario di seta, ricamato dalle dame dell’aristocrazia catanese e venne inumata nel duomo di Catania dove ancora oggi si trova.

I sospetti sulla morte del compositore tuttavia non sono mai stati fugati del tutto, nonostante la pubblicazione nel 2002 del volume “La causa di morte di Vincenzo Bellini”, di Nino Cannavò, medico chirurgo di Acireale che affronta scientificamente la questione della causa della morte del musicista, spesso addebitata ad un avvelenamento da mercurio. In base a una documentata ricerca il dott. Cannavò afferma che il compositore aveva una costituzione fisica gracile e che soffriva di turbe dell’apparato digerente, aggravate dalle rovinose terapie del tempo. Cannavò riporta sia le trascrizioni dei cinque bollettini medici stilati nel 1827 dal dottore Montallegri che il referto necroscopico del professor Dalmas e su questi elementi oggettivi si basa la sua ricostruzione, che vuole dissipare ogni dubbio. Cannavò attribuisce la morte di Bellini ad una “rettocolite ulcerosa riacutizzata di natura psicosomatico accompagnata da un ascesso epatico” e pensa con il suo libro si possa mettere la parola “fine” a questo giallo ottocentesco.

Invece solo un paio d’anni fa a complicare le cose si è aggiunto uno studio dei ricercatori dell’Università di Catania, secondo il quale ad essere inattendibile sarebbe proprio il referto autoptico ufficiale di Dalmas e ciò aprirebbe nuovi sviluppi sulle cause della morte del compositore. Due gruppi di ricerca dell’Università di Catania hanno eseguito una ricostruzione del viso del musicista basandosi su alcune maschere mortuarie che raffigurerebbero il volto del Bellini: una, realizzata dallo scultore Jean Pierre Dantan al momento dell’autopsia, altre due derivanti da essa e un’ultima, fatta nel 1876 in occasione della seconda imbalsamazione.

I metodi dell’Ingegneria industriale hanno applicato tecniche di antropologia virtuale sulle maschere dimostrando “incongruenze tra le maschere e il referto autoptico”. In futuro si procederà con studi antropometrici del teschio di Bellini, conservato all’interno della cattedrale e si potrà effettuare una ancor più accurata ricostruzione 3D del volto, che potrebbe far luce finalmente e definitivamente sulla morte del cigno catanese.
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