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Un pezzo di Palermo a Roma: gli Amorelli e le opere d’arte del Caffè Dagnino

Un racconto dagli anni ’50 ad oggi offre l’occasione per riportare al centro dell’attenzione un capitolo poco noto ma tutt’altro che marginale della storia artistica

Marta Mangiapane
Dottoranda in pratiche artistiche e storia dell'arte
  • 16 gennaio 2026

Il Caffè Dagnino a Roma

Parte da Palermo e arriva a Roma il racconto che Giulia Ingarao, storica dell’arte e docente all’Accademia di Belle Arti di Palermo, propone al pubblico oggi, 16 gennaio 2026, alle 18.00 negli spazi del Caffè Dagnino di Roma. Un racconto dagli anni ’50 ad oggi offre l’occasione per riportare al centro dell’attenzione un capitolo poco noto ma tutt’altro che marginale della storia artistica del secondo dopoguerra, attraverso le opere ancora oggi conservate all’interno dello storico caffè.

Un patrimonio fragile, spesso considerato "decorazione" e non opera d’arte, che rischia di essere messo da parte o addirittura distrutto proprio perché non riconosciuto come bene vincolabile, nonostante rappresenti uno dei più significativi esempi di integrazione tra arte, architettura e funzione sociale del Novecento italiano. Il contributo di Ingarao si inserisce in un più ampio percorso di ricerca dedicato alla decorazione pubblica e agli interventi artistici negli spazi urbani, ambito nel quale Palermo ha avuto un ruolo fondamentale negli anni Cinquanta.

È proprio nel capoluogo siciliano che prende forma l’esperienza dei coniugi Alfonso Amorelli e Herta Schaeffer Amorelli, coinvolti dalla società Andrea Dagnino & Figli nella trasformazione di luoghi simbolo come l’Extrabar Olympia e il Bar dell’Ippodromo della Favorita, nuovi centri della vita sociale e culturale palermitana del dopoguerra. Alfonso Amorelli-Raimondi, nato a Palermo nel 1898 da una famiglia aristocratica siciliana, si forma all’Istituto di Belle Arti di Palermo con maestri come Ettore De Maria Bergler ed Ernesto Basile.

La sua produzione attraversa l’intero Novecento: da un iniziale impianto realistico di matrice ottocentesca approda progressivamente a una pittura sempre più libera, fino all’astrazione degli anni Sessanta, in cui il colore si sostituisce al segno. Considerato dalla critica tra gli ultimi esponenti dell’impressionismo italiano, Amorelli assorbe l’influenza dell’espressionismo germanico e del movimento Novecento, senza mai aderire stabilmente a una scuola o a un gruppo.

Proprio questa posizione autonoma – lontana tanto dalle provocazioni di un Guttuso quanto dalle esperienze collettive di Forma 1 – lo rende una figura complessa e profondamente innovativa, capace di attraversare le avanguardie e di rinnovare il linguaggio visivo con coerenza e libertà. Viaggiatore instancabile, Amorelli trascorre lunghi periodi a Roma e in Germania, partecipa a Quadriennali romane e a diverse Biennali di Venezia. Espone inoltre a Berlino, New York, Birmingham, Atene e Nienburg. Parallelamente sviluppa una ricchissima attività di illustratore e decoratore, raggiungendo nel secondo dopoguerra alcuni dei suoi esiti più felici proprio negli spazi pubblici palermitani.

Durante l’incontro, il pubblico sarà guidato alla lettura delle opere realizzate da Amorelli per il Caffè Dagnino di Roma, mettendo in evidenza come esse rappresentino l’evoluzione di un linguaggio sperimentato a Palermo. Gli specchi dipinti della sala da tè, firmati da Alfonso Amorelli, raccontano un mondo femminile fatto di gesti lenti e quotidiani, evocando una dimensione mediterranea che affonda le sue radici nella cultura visiva siciliana.

La superficie riflettente si fa pittura e narrazione, coinvolgendo direttamente lo spettatore e trasformando lo spazio in un’esperienza immersiva. Queste opere costituiscono, a tutti gli effetti, "un pezzo di Palermo a Roma", una presenza viva e concreta della stagione più fertile dell’arte pubblica siciliana. Accanto a lui opera Herta Schaeffer, nata a Erfurt nel 1904 in una famiglia aristocratica tedesca. Dopo una formazione autonoma, fatta di corsi di pittura e visite alle mostre berlinesi, inizia a dipingere nel 1948, stimolata dall’ambiente artistico siciliano. La critica ha spesso definito la sua produzione come surrealista-astratta, sottolineandone la forza immaginativa e la libertà del segno.

Al Caffè Dagnino di Roma è suo il grande graffito su cemento: un’opera in cui colore e segno costruiscono ambienti immersivi, concepiti in stretto dialogo con l’architettura, secondo una moderna idea di spazio pubblico maturata a Palermo e trasferita nella capitale. Dopo la morte del marito nel 1969, la sua attività artistica si riduce progressivamente. L’incontro non sarà soltanto una conferenza, ma un vero e proprio percorso di lettura delle opere in situ, capace di restituire il legame inscindibile tra arte, luogo e funzione sociale.

Il Caffè Dagnino, aperto a Roma alla fine degli anni Cinquanta con l’intento di portare nella capitale l’eccellenza siciliana, diventa così parte integrante del racconto critico proposto dalla studiosa palermitana. Per il pubblico di Palermo, l’appuntamento assume anche un valore simbolico: osservare come un’esperienza nata in Sicilia abbia lasciato tracce ancora visibili e vitali nel cuore di Roma. Un’occasione per restituire centralità a una stagione artistica in cui Palermo è stata laboratorio, crocevia culturale e punto di partenza, e per riflettere sulla responsabilità di tutelare un patrimonio che, se trascurato, rischia di andare perduto.
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