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Un risiko di fesserie per salvarsi: e Dionisio graziò due siciliani con un bianco mangiare

Da Siracusa la leggenda di Finzia e Damocle ci riporta alla serie immaginaria dal titolo “le vecchie dietro persiane”: ecco come finì agli allievi di Pitagora Finzia e Damone

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 11 luglio 2020

"Achille che medica Patroclo" in una coppa del 500 a.C.

Siamo nel IV secolo a.C. Socrate diceva di sapere di non sapere (forse pure a causa di sua moglie Santippe, di cui lui stesso dice che una volta imparato a vivere con lei - e queste sono parole sue -, poteva benissimo sopportare qualsiasi altro essere umano), Platone si crea un mondo tutto di fantasia che chiama “iperurainio”; Alessandro Magno diventa campione mondiale di Risiko perché conquista tutto il tabellone, meno Oceania e America del nord, e Ippocrate inventa “l’allegro chirurgo”.

Intanto a Siracusa ci sono Finzia e Damone che erano due grandi amici per la pelle e allievi di un certo Pitagora. Gli volevano bene a Pitagora solo che, certe volte, a causa della troppa precisione, era un po’ insopportabile.

«Finzia, secondo me è la vecchiaia che lo sta facendo strammiare!». «Ma chi Pitagora? Caro mio, non ci si può combattere! L’atro giorno siamo entrati in una stanza triangolare ed stato tutto il giorno a misurare i lati e a sparare cose che non stanno né in cielo né in terra: cateteri, aree di quadrati, ipoglicemia, ipomenorrea… se lo sa lui…»



Purtroppo, il problema è che Finzia aveva la lingua più lunga di Damone; mentre il primo parlava e sparlava di tutti, il secondo si guardava bene dal non farsi sentire dalla setta de “le vecchie dietro persiane” che stavano tutta la giornata a farsi i fatti degli altri, e che esistevano già ai tempi dei greci. Un giorno, come volevasi dimostrare, una di queste vecchie andò dal tiranno Dionisio il Giovane, figlio di Dionisio il vecchio, e gli andò a raccontare che Finzia ne diceva di lui peste e corna; per la verità due o tre cosette se le inventò da sé perché queste, se potevano fare sfregi, non facevano sconti a nessuno.

Questo Dionisio era salito al trono giovane e seppure un poco viziato non era l’ultimo dei cretini, anche perché era stato allievo di Platone. Anzi, per dire la verità, era un fan scatenato di Platone tanto è vero che aveva il poster nella stanza e nell’arco del suo regno gli fa fare avanti e indietro tra Atene e Siracusa perché lo vuole presso la sua corte. Comunque, appena una volta che passava di là Finzia capitò per le mani di Dionisio, il tiranno non se lo fece scappare.

«Tu! Vieni qua! Mi hanno detto che mi vai sparlando pure con i morti al cimitero». «Io niente saccio»¸ fece Finzia, «e niente voglio sapere». A niente servì il tentativo omertoso. Dionisio si fece una bella risata alla facciazza sua e rispose: «Tu arrivasti per fottere e ci sei rimasto fottuto», detto questo lo condannò a morte.

Finzia non sapendo che pesci prendere si fece il conto che se campava altri cinque minuti in più male non gli faceva. Forse prese ispirazione dallo spot di Massimo Lopez “una telefonata allunga la vita” e, rassegnato a salutare per l’ultima volta “frate sole e sorella luna”, chiese a quel fetente di Dionisio il Giovane di poter tornare a casa per dare l’ultimo saluto ai suoi cari.

«Se si tratta di salutare i tuoi cari è un Discorso», mise subito in chiaro il tiranno, «se invece si tratta di pigghiarmi per il culo è un altro. Ancora quello che mi fa le scarpe deve nascere».

Alla fine, contrattando alla tipo “io ti do viale dei Giardini, tu mi dai viale Traiano più società acqua potabile”, i due si misero d’accordo: a Finzia veniva concesso di andare a salutare per l’ultima volta i parenti, ma Damone, il suo migliore amico, invece, sarebbe rimasto come ostaggio e, seccusà (nel caso in cui Finzia non fosse tornato), sarebbe stato lui ad essere giustiziato.

Per cuor di logica sarebbe anche legittimo pensare che Damone di quella trattativa non ci aveva capito un granché e magari, distraendolo con un bel kokoretsi, che era l’antenato delle stigghiola di cui i greci siciliani erano matti, l’avevano raggirato. Passano i giorni e di Finzia manco l’ombra: era scomparso come uno di qui mariti che non hanno fumato mai, poi una sera escono per comprare le sigarette e non si arricampano più.

Damone aveva pure proposto di contattare “Poios to eíde?” che tradotto su google translate doveva essere la versione greca di “Chi l’ha visto?”, tuttavia, dato che per le segnalazioni ci sarebbero voluti mesi, arrivò il giorno che Dionisio si stancò e decise di giustiziare lui. Venne così condotto di fronte al boia mentre il tiranno lo prendeva in giro dicendogli cose del tipo: “bello amico hai!”, “amici e guardati”, “amici e parenti un ci vinniri e accattari nienti!”; quando, improvvisamente, con un vero e proprio colpo di scena, Finzia fece ritorno.

Perché aveva portato più ritardo dei treni regionali in Sicilia non si capì mai; forse la colpa era stata di suocera che per non farlo viaggiare a stomaco vuoto gli aveva fatto: melanzane ammuttunate, polpettine di nunnata, broccoli a pastella, sarde a beccafico, caponata normale, di pesce e di polpo, moffolette con la ricotta, bianco mangiare e, già che ci siamo, amarene sottospirito per levarsi il sapore. Suocera a parte, con grande coraggio Finzia reclamò di essere giustiziato come era stato pattuito. Dionisio, però, commosso dalla loro grande amicizia e correttezza, decise di graziarli e, già che c’era, di giustiziare il suo cuoco perché tanto ormai c’era la suocera di Finzia.

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