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Un sogno americano chiamato "munnizza": quando un po' di Hollywood era a Palermo

Un tuffo indietro nel tempo - quando l'opera di Cattelan ci faceva sentire tutti "Born in de iuessei (U.S.A.) - per scoprire cosa si nasconde dietro la parola "immondizia"

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 14 settembre 2020

Ogni mattina mi affacciavo alla finestra e non potevo fare a meno d’ammirare la gaudiosa collina e la scritta, che si ergeva su essa, e che sembrava rendere più vero il mio sogno americano: Hollywood! No, non siamo a Los Angels, siamo a Palermo.

Ma po esseri mai? Dunque, armato di archeologico interesse, decisi un giorno, munito di pandino della nonna e fedel compagno, di partir per il dantesco viaggio poichè il demone del dubbio mi mordea come un serpente nel calcagno. E riferendomi a mattina d’anni or sono, una volta giunto, vi dirò d’un fatto che m’aveva come il Sommo di "paura il cor compunto".

Trovandomi nall’alto di quel pizzo che bellezza fa ribollir lo sangue, fu ch’il mio sguardo cadde ove certezza langue; orsù, giacché poco virtuosa puzza mi suggerì che non era un campo, aprì gli occhi e soave voce di spazzino mi suggerì: “stolto, codesto è Bellolampo!”



Ebbene si, quella scritta di nove lettere, ventitre metri d’altezza e circa centosessanta di lunghezza, campeggiava in bella vista nei pressi della discarica di Bellolampo.

Non era spuntata da sola, né tantomeno era nato alcuno studio televisivo, la galeotta opera d’arte che per sei mesi riempì i cuori dei palermitani d’orgoglio, era opera di Maurizio Cattelan che nel 2001, in occasione della biennale, ci faceva sentire, per dirla alla Bruce Sprigsteen, tutti un po’ “Born in de Iussèi” (u saccio, si scrive U.S.A.).

Ma direbbe Marzullo: la vita è una pigliata per il culo o le pigliate per il culo aiutano a vivere? In realtà, dietro il lavoro dell’artista si cela sempre un nobile intento, e, nel caso di Cattelan, fu lui stesso a dire: «Non so se la mia Hollywood sia un’opera d’arte: forse è solo una cartina di tornasole per le nostre ossessioni».

E magari perfino Marzullo, a proposito di cartine, ricevendo una tale metafisica risposta, quando un giorno è appena finito e un nuovo giorno è appena iniziato, avrebbe avuto l’impressione di essersi fatto una canna.

Ma per meglio contesualizzare la questione di Hollywood, immondizia e Bellolampo, sarebbe bene partire dalla radice etimologica di questo obrobrioso parassita che è il “rifiuto” e che, andando a ritroso nel tempo, da che uomo “mancia è fa muddichi”, deve, per forza di cose, avere origini preistoriche.

Dal latino “immunditia” derivato di “immundus”, la parola “immondo” compare per ben centoquaranta volte all’interno della bibbia (e le ho contate!); ciò porta pensare che il Padre eterno: a) aveva già compreso che l’uomo è cannavazzo b) i problemi del genere umano con il pattume sono precedenti ai tempi biblici.

Già nell’antica Grecia c’erano i “kropologi”, che venivano selezionati tra gli schiavi, e si occupavano di portare questi kropi (in realtà “Kropos” significa cacca) fuori dalle città. E pure nell’antica Roma esistevano i “piticuli” che, a scanso del nome, non erano depositi di cacca ma fosse comuni dove si gettavano carcasse di animali e gladiatori morti (sempre di smaltimento si tratta).

Per non parlare del Medioevo, tempo in cui “l’umana porchitudine” esprimeva i suoi punti più alti nei fastosi banchetti nobiliari. Tralasciando che non esistevano ancora le forchette, si mangiava con le mani, i resti venivano educatamente buttati sotto il tavolo e, udite udite!, c’era un bicchiere, che ai tempi si chiamava coppa, per ogni due, tre, commensali (avutru che principe azzurro!).

Tornando a Palermo, per la serie “fatti non foste per viver come bruti” ma siemo ddà, (il passo è breve insomma), non meno “immonda”, e adesso ci vuole!, è la questione legata al fiume, ormai interrato, del Papireto.

Da fiume di acque limpide, tant’è che vi crescevano i papiri, a cuasa di munnizza itinerante, nel 1581 il viceré Diego Enriquez De Guzman decide di interrarlo perchè dal feto gli bruciano le nasche. Fiume interrati e passa il tempo, la situazione non sembra migliorata qualche secolo dopo quando Wolfang Ghoete, in viaggio in Sicilia, si schifiò.

«È di più la munnizzen che la scaloren!», avrà pensato inzialmente; tuttavia, da diplomatico qual'era, colloquiando con un bottegaro si sentì dire una verità della quale già sospettava: «Caro signore, il popolo sa bene che chi dovrebbe occuparsi della nettezza urbana non lo fa e non lo fa per una ragione semplicissima: togliendo la spazzatura si vedrebbe il pessimo manto stradale, e la disonestà degli amministratori».

Che il sogno americano era destinato a fallire lo avevamo capito e continuamo a capirlo ogni volta che sentiamo pronunciare parole tipo “Bruciùlè” (Brucee Lee), piuttosto che l’odierno “scrisciotti” (screenshot avissi a ghiessiri); per la monnezza, ahimè, come dice un bellissimo film di Paolo Villaggio: “Io, speriamo che me la cavo...”.

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