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Una sagra campestre e orgiastica: chi era il "Signore della Nave" nella Valle dei Templi

Dai ricordi di Luigi Pirandello sono nati una novella e un atto unico, entrambi intitolati "Sagra del Signore della Nave". Ecco cosa accadeva più di 70 anni fa ad Agrigento

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 2 febbraio 2021

Un momento della Sagra del Signore della Nave

"Affresco violentissimo" della condizione umana e rappresentazione di "quanto c’è di tragico nella bestialità umana".

Con queste forti e fosche espressioni lo scrittore agrigentino Luigi Pirandello descrisse la sagra campestre che i suoi concittadini dedicavano, nella prima settimana di settembre, al Signore della Nave.

Festa piuttosto orgiastica nella Valle dei Templi al primo rinfrescare dell’aria dopo le torride giornate estive siciliane. Tempo quindi finalmente adatto per "scannare" i maiali, persino davanti a tanti bambini delle famiglie di contadini, allevatori e macellai che non mancavano mai alla sagra campestre.

Tra questi piccoli, che con sgomento e con gli occhi atterriti vedevano scorrere il sangue delle povere bestie, sventrate senza pietà dai coltellacci dei "bucceri" per farne salsicce, c’era anche il piccolo Luigino, probabilmente preso per mano dalla governante di casa Pirandello piuttosto che dai suoi genitori, Stefano e Caterina Ricci-Gramitto.



Da quegli incancellabili ricordi pirandelliani sono nati una novella, nel 1916, e un atto unico, nel 1924, entrambi intitolati Sagra del Signore della Nave.

Le medesime esperienze sollecitarono anche il suo conterraneo, il compositore Michele Lizzi, che fece di quella festa, così radicata nel vivo sentire popolare giurgintano, un’opera musicale, ispirandosi ai canti lamentosi dei devoti e alle sonorità dei tammurinari, che spaccavano i timpani con percussioni laceranti dei tamburi durante la Sagra del Signore della Nave.

Questa singolare festa campestre si è svolta per molti anni presso la Chiesa di San Nicola, nel cuore della Valle dei Templi, in onore del Santo Crocifisso del Signore detto "della Nave", così detto perché, secondo la tradizione, proveniente dall’Oriente e portato fino all’antico caricatore di Agrigento (oggi Porto Empedocle ) da una ciurma straniera. O perché, secondo un’altra tradizione, arrivato sulla spiaggia come relitto di una nave affondata nel Mediterraneo.

Un Crocifisso ligneo policromo del XV secolo ancora oggi conservato nella Chiesa di San Nicola.

Della sagra - che da almeno settanta anni non viene più rinnovata - ci ha lasciato una suggestiva descrizione l’agrigentino Calogero Ravenna, amico di Pirandello: «Fin dal mattino, lungo la Via dei Templi, è un formicolio di gente. Allegre comitive su carri siciliani vanno al suono di tammura e di friscaletta e si fermano nei pressi della chiesa e all’ombra degli alberi o dei loro carri, che hanno spaiato dai muli e messi con le aste all’insù».

Il prato adiacente si popolava sin dal primo mattino di macellai, friggitori, venditori ambulanti venuti a rendere omaggio “o Signiruzzu”.

Tutti loro, insieme ai cubaitara (i pasticceri che confezionano la cubaita, prodotta con le mandorle siciliane), piantavano le loro tende sperando in buoni affari. I macellai attendevano a “capuliari” (fare a pezzettini) la carne per farne macinato e quindi salciccia, i friggitori, improvvisavano i loro fornelli sulle scarpate o lungo le siepi e tutti quanti gridavano: «Veni mancia e veni frii, senza grana nun ci viniri!» (Vieni e mangia, vieni e friggi, ma non venire senza soldi).

Facile immaginare una chiassosa compagnia che ascoltava ripetutamente queste e altre grida e man mano diventava sempre più numerosa di ora in ora e anche sempre più avvinazzata e stordita.

«Un chiasso festaiolo è da per tutto. Asini, muli, carri si sono assiepati lungo lo stradale gremito di uomini, donne, fanciulli. Un odore di carne arrostita si spande per l’aria e una leggiera sottile nebbiolina di fumo investe i passanti col suo piccante profumo», racconta Ravenna.

Sui prati, sulle siepi nel giardino retrostante alla chiesa di San Nicola, le famiglie stendevano una tovaglia e mangiavano per la prima volta la nuova carne di maiale d’autunno, brindavano e scialavano per fare onore al miracoloso Signore della Nave.

Un Crocifisso da sempre miracoloso. Secondo la tradizione, infatti, pare che gli ammalati guarirono dopo averlo toccato o baciato nella chiesa di San Nicola; mentre gli schiavi saraceni che lo avevano portato insieme alla ciurma, subito si convertirono.

Era quindi una festa di pietà religiosa. Molte contadine che venivano da lontano, arrivavano con i piedi coperti soltanto da piduna (calze), recitando delle preghiere sotto voce lungo il cammino. Una particolare forma di pellegrinaggio chiamata viaggiu ’n piduni, che ad Agrigento si continua a fare in occasione della festa dedicata a San Calogero.

Nel pomeriggio c’era la processione: il Crocifisso veniva portato fuori dalla chiesa in un fercolo, accompagnato dai devoti, sino alla porta della città, per poi fare il viaggio di ritorno.

Intanto si era già nel tardo pomeriggio, dopo il tramonto e l’ultima parte della processione avveniva al lume delle torce e al suono dei tamburi. Quando ci si ritrovava tutti (sia quelli che hanno fatto la processione che quanti erano rimasti a continuare i festeggiamenti presso la Chiesa) nella spianata, dinanzi all’edificio sacro, si assisteva allo sparo dei mortaretti e nell’oscurità brillavano i fuochi d’artificio.

Quindi a poco a poco la Valle si spopolava e ognuno ritornava nelle proprie dimore e alle proprie faccende, ma già pensando alla prossima sagra, quella che annuncia ancora oggi la primavera agrigentina: la Sagra del mandorlo in fiore nella prima settimana di febbraio, anche quest’anno purtroppo sospesa per la pandemia.
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