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A tre anni realizzò il suo primo "gioiello": Maria, una delle ultime ricamatrici delle Madonie

Non solo artigianato: l’arte antica del ricamo che nella lentezza del tempo trasforma fili e stoffe in preziosi gioielli di artigianato è un valido aiuto per curare l’anima a le mente

Giovanna Gebbia
Esperta di turismo relazionale
  • 30 novembre 2021

Ricordate la bella addormentata che si punse con un fuso della filatura e cadde addormentata? Bene mettetela da parte perché la storia che vi racconto è fatta sì di fili e aghi con i quali a volte ci si punge, ma che non fanno addormentare chi li usa, al contrario, sono la massima espressione della sua vita.

Questa è la trama di una storia fatta di punti e filati che uno dietro l'altro raccontano e disegnano emozioni. Lei è Maria Mercante - classe 1976 - una delle ultime ricamatrici delle Madonie, custode di un’arte antichissima, nata e cresciuta nel borgo di Castelbuono comune del Parco delle Madonie e nota meta turistica animata da una intensa vita culturale che coinvolge tanto gli abitati quanto i visitatori.

Sposata con due figli nasce in una famiglia di ricamatrici, la sua scuola è quindi quella domestica dentro la quale si tramandava l’arte antichissima e preziosa del ricamo con il quale si confezionavano i corredi che andavano a formare parte della dote delle famiglie senza la quale non era possibile andare a nozze.



«Ricordo il profumo dei tessuti, delle stoffe che vedevo da bambina accatastarsi per essere ricamati su commissione - ci racconta -, portate dalle famiglie che dovevano arricchire parure di lenzuola, completi di asciugamani, tovagliati e altri pezzi importanti di corredi che rappresentavano il patrimonio elegante delle case.

Avevo appena tre anni quando per la prima volta mia mamma, già ricamatrice da generazioni, mi regalò un piccolo telaio con il quale ricamai delle ciliegie, forse non a caso la mia frutta preferita, e da allora non ho mai più smesso, non è passato giorno che io non abbia passato qualche su un lavoro, anche da studente mentre ripassavo i compiti o davanti la TV mentre seguivo i miei programmi preferiti».

Inizia così la nostra conversazione mentre lavora nel suo laboratorio - legato al progetto ALAB che dalla città di Palermo si è anche spostato in altri luoghi – uno scrigno minuscolo nel centro storico del borgo, dove all’interno i suoi lavori sono esposti come gioielli preziosi.

Ci racconta di lei come di tanti aneddoti sconosciuti legati ad un’arte che è molto di più che la perfetta riproduzione di un disegno a rilievo su stoffa, una eredità ben più importante di semplice retaggio culturale, che rimanda ad un tempo in cui il ricamo era anche un modo per attendere, aspettare e a questo proposito ci racconta una curiosità non da poco: accadeva durante la guerra quando le donne ricamando riuscivano ad affrontare i lunghi mesi di assenza di notizie dal fronte, era il modo per concentrarsi in maniera anche inconsapevole e restare in tranquillità allontanando il pensiero doloroso dell’attesa.

Per questo il ricamo come tutti i lavori manuali o artigianali, oggi sono ritenuti anche un valido aiuto per curare l’anima a le mente, per rilassarsi e riacquistare la necessaria tranquillità emotiva in momenti di difficoltà interiore.

Rivalutato da un cambio di rotta culturale che da qualche anno riconosce nell’artigianato una rinascita pure in termini economici, anche il ricamo ha riacquistato la sua dignità e spinto le autrici ad andare fiere della loro abilità e altre donne ad imparare.
fino a qualche anno fa quasi ci si nascondeva, l’essere ricamatrice era una “condizione lavorativa” desueta e non al pari dei moderni lavori come impiegata, segretaria, insegnante professioni considerate come l’unica vera emancipazione femminile possibile.

Oggi il “saper fare” è diventato, invece, un segno distintivo di alto valore cultuale e antropologico, soprattutto, se va a recuperare qualcosa che rischiava di perdersi per sempre, così come il ricamo o altri lavori di alto pregio e abilità. Non molti sanno che prima di iniziare ci si segna con la croce, ci si benedice e si benedice l’inizio del lavoro e nel caso questo non si faccia, che ci crediate o meno, il lavoro non va mai avanti, c’è sempre qualche intoppo o difficoltà, il risultato non verrà mai bene, mai preciso, mai bello davvero.

Sorride ripensando al suo primo “guadagno” ottenuto ricamando tre asciugamani come lavorante per una amica di famiglia la quale le riconobbe i soldi che all’epoca le servirono acquistare un paio di occhiali da sole, giudicati troppo costosi per la sua famiglia.

Il primo imput che l’ha portata oggi a trasformarsi in imprenditrice artigiana ha inizio in occasione della fiera del ricamo Mani D’Oro a Modica che scelse un suo copriletto come testimonial della manifestazione, la conoscenza con Maria Anna Bonaffini, ricamatrice nissena ideatrice del progetto rivolto ai più piccoli “ricamare giocando”, che Maira ha adottato organizzando sempre a Castelbuono un laboratorio per le bambine del borgo.

Il legame con Rosanna Garofalo sua maestra, una delle massime esecutrici di “sfilato siciliano” è una delle sue fonti di ispirazione, così come l’amicizia con Giusy Cusimano, designer di moda che a Castelbuono ha il suo laboratorio atelier dove vengono prodotti capi di sartoria pezzi unici.
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