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Compra casa a 1 euro, ora vive in Sicilia: così la nipote di Che Guevara salva un ospedale

Cosa c'entra la pronipote del Che con la "rivoluzione" dei camici bianchi argentini negli ospedali siciliani? Una storia di "ritorni", emergenza sanitaria e impegno sociale

Roberto Mistretta
Giornalista e scrittore
  • 9 aprile 2024

Erica Moscatello

La rivoluzione nelle corsie dei piccoli ospedali dell'Isola che ha favorito l'arrivo dei camici bianchi con l'accento di papa Francesco, è cominciata tre anni fa e da allora non si è più arrestata.

Oggi sono già tanti i medici argentini che lavorano nelle diverse Asp dell'Isola, da quella nissena a quella di Trapani, da quella di Agrigento a quella di Enna e le richieste di colloquio da parte dei dirigenti Asp con gli specialisti argentini continuano ad arrivare ogni giorno.

Lo sa bene Erica Moscatello Alocco, la pronipote di Che Guevara, protagonista di questa storia che interessa da vicino gli ospedali dell'entroterra siciliano.

Lei e il marito Javier Raviculè sono esperti nel settore della comunicazione e consulenti specializzati nei temi contenuti nell'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile.

La coppia - che ha un figlio, Fidel - si era stabilita dapprima in Spagna e poi ad Arezzo, e si occupava di fornire assistenza ai cittadini argentini che volevano trasferirsi in Italia.
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Incuriosita e attratta dal progetto Case1€uro varato dal Comune di Mussomeli, nel 2021 la pronipote del Che si è trasferita nel cuore della Sicilia.

Ben presto, è venuta a conoscenza che l'ospedale cittadino, aperto alla fine degli anni '70, non solo era stato ridimensionato nell'ultimo ventennio dalla politica sanitaria di tagli alla spesa e ai posti letto, ma era oramai prossimo alla chiusura per mancanza di camici bianchi.

Uno dopo l'altro, infatti, erano stati chiusi i reparti di pediatria, ostetricia e ginecologia, chirurgia.

A rischio di futura chiusura anche il reparto di Ortopedia che vantava numeri da eccellenza nazionale per interventi eseguiti entro le 48 ore successive al ricovero nei pazienti anziani affetti da frattura al femore, come certificato dall'Agenas.

Insomma, quando un medico specialista andava in pensione o si licenziava, nessun altro camice bianco era disposto a trasferirsi nel piccolo ospedale di montagna che serve un bacino di utenza di tre provincie: Agrigento, Caltanissetta e Palermo.

Ed ecco allora l'idea vincente, favorita anche dalle leggi emergenziali varate durante la pandemia da Covid: cercare dei medici anche al di fuori della Comunità Europea.

Presi i contatti col sindaco Giuseppe Catania, oggi anche deputato alla Regione, la pronipote del Che ha contribuito nella realizzazione di un protocollo di intesa tra il Comune di Mussomeli e il rettore Franco Bertolacci dell'Università di Rosario, terza città dell’Argentina con 2.5 milioni di abitanti, per reclutare medici specialisti da fare lavorare in Sicilia.

Era dicembre del 2021 e l'epidemia da Covid dilagava. Il protocollo prevedeva l'individuazione e il reclutamento da parte dell’Università argentina di chirurghi, pediatri, anestesisti, ortopedici, fisiatri.

Dal canto suo il Comune di Mussomeli si impegnava a fornire gratuitamente corsi di alfabetizzazione ed assistenza logistica ai medici selezionati.

Sembrava una boutade e non mancarono le scintille e gli sberleffi, ma l'interesse dei medici argentini era vivo, reale, palpitante, e uno dopo l'altro degli specialisti arrivano a Mussomeli per un primo viaggio esplorativo.

Tra loro anche Luciano Verrone, traumatologo del Boca Juniors, la squadra di calcio dove militò Diego Armando Maradona, e che oggi lavora in Ortopedia proprio all’ospedale di Mussomeli dove forma un'affiatata equipe coi colleghi italiani, Liborio Micciché e Totuccio Mantio, e l'altro collega argentino assunto con lo stesso bando, Gustavo Javier Nizzo Miguens.

Passo dopo passo, insomma, con enorme fatica, tanta determinazione e buona volontà da parte dell'Asp, il pungolo del primo cittadino di Mussomeli e la competenza della coppia argentina, si riuscirono a superare tutti gli ostacoli burocratici.

La prima ad essere assunta ad aprile dello scorso anno è stata la chirurga Laura Gisele Lator che si è trasferita in Sicilia col marito e i loro due bambini. Ben presto in chirurgia sono arrivati anche altri colleghi d'oltreoceano. Una pediatra e dei medici internisti.

Tutti con famiglie al seguito. La scorsa estate la città ha dato il suo abbraccio metaforico ai medici argentini che hanno salvato l'ospedale dalla chiusura con un incontro avvenuto nello storico palazzo Trabia voluto dal presidente del Circolo, Calogero Mistretta.

Presenti anche i promotori del "salvataggio": la pronipote del Che, Erica Moscatello, e il sindaco Giuseppe Catania.

«Che mi manca dell’Argentina? Tutto, gli amici, l’ambiente, l’aria. - spiega Luciano Verrone, ortopedico poliglotta - Ma non rimpiango nulla perché quando ho visto la prima volta Mussomeli ho capito che era questa la terra dove volevo stare. Il mio nuovo posto. E ogni giorno sono contento di avere fatto questa scelta e qui, con me, a Mussomeli, oggi c’è anche mia mamma».

E aggiunge: «Noi siamo italiani di quarta generazione e italiani ci siamo sempre sentiti. Questa è la prima motivazione che ci ha spinto a venire in Italia, l'amore per la terra dei nostri padri che sentiamo come la nostra terra.

E questo amore ci ha portato a fare scelte anche difficili, ma siamo qui, oggi, tutti insieme, per lavorare e fare rinascere l'ospedale di Mussomeli, perché il diritto alla salute è importante per tutti noi».

L'ortopedico Gustavo Javier Nizzo dirigeva un grande centro a Buenos Aires e si occupava principalmente di pazienti cronici. Con la pandemia gli era stato detto di cambiare mansione e questa cosa lo mise in crisi.

Lasciò l’Argentina, ma pur avendo studiato in Italia, andò a lavorare in Arabia. Quando venne a sapere che in Sicilia cercavano medici argentini telefonò e qualcuno lo mise in contatto con Erica. Valigie fatte, ed ecco anche lui a Mussomeli, con la sua famiglia a carico.

Gabriel Miri, in servizio nel reparto di Medicina, anche lui si è trasferito nella cittadina ennese con la moglie e i quattro figli. Ha raccontato di aver deciso di lasciare l'Argentina perché aveva bisogno di dare una svolta alla propria vita:

«Ero stanco della politica, dell'insicurezza, della violenza. - spiega Miri - Non era più la terra che aveva fatto emigrare mio nonno da Piana degli Albanesi». Una volta arrivato in Sicilia Gabriel Miri si è sentito a casa.

Tutti i medici argentini che lavorano nell'ospedale di Mussomeli hanno preso casa nella cittadina nissena e i loro figli frequentano le scuole cittadine. L'iniziativa ha avuto un'eco così vasta da avere fatto scuola e ben presto a Erica e a suo marito Javier sono piovute richieste da ogni Asp isolana.

A parlarne è anche il Guardian, con un reportage. E persino l'assessore Guido Bertolaso è pronto a partire dalla Lombardia per Argentina e Paraguay per reclutare professionisti sanitari da impiegare in Italia.

Non a caso Erica è stata invitata anche a La 7 nella trasmissione L'aria che tira a dare testimonianza della sua attività salva ospedali.

E chissà cosa direbbe il Che nel vedere una sua pronipote autrice di una rivoluzione di camici bianchi argentini per salvare i piccoli ospedali dell'Isola dalla chiusura.
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