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È l'architetto della modernità palermitana: Giorgio Fernandez, raffinato progettista del '900

La qualità della ricerca progettuale dell'architetto palermitano si palesa nelle centinaia di elaborati tecnici e soprattutto artistici presenti nell'archivio Fernandez di Palermo vincolato dal Mibact già dal 2014

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista, storico dell'arte
  • 2 dicembre 2021

Palermo. Palazzo 2T. Prospettiva. Disegno ad acquarello (Archivio Fernandez)

Nella costruzione di una “iconoteca” dell'architettura contemporanea palermitana, sono molti i personaggi di rilievo che in punta di piedi hanno costruito l'immagine di una via necessaria, altra sicuramente, forse troppo poco battuta, alla qualità architettonica urbana diversa dai milioni di metri cubi di cemento “armato” senza anima riversati sulla Piana dei Colli.

Tra questi un posto nella “fotografia di gruppo” appartiene a Giorgio Fernandez (Palermo 1920-2020), raffinato progettista scomparso recentemente alla soglia dei cento anni con un bagaglio di bellezza costruita alle spalle ed una storia personale che si intreccia con la macro-storia d'Italia.

Allievo di Salvatore Caronia Roberti che ne fu relatore della tesi di laurea nel luglio 1942, fortemente legato agli insegnamenti della didattica costruita dai suoi maestri riconosciuti Salvatore Cardella ed Edoardo Caracciolo, e formatosi dunque nella difficile parentesi littoria a cui sentì mai di appartenere e da cui trasse non pochi disagi (fu addirittura malmenato per le sue posizioni apertamente antifasciste), all’alba del 25 luglio 1943 cominciò la sua personale passione di profugo nell'Italia della guerra civile spaccata in due: a sud gli alleati, a nord Hitler.



Da Roma ripara infatti in Liguria rischiando più volte la vita a causa della dilagante barbarie delle truppe naziste, e quando riesce a superare la linea gotica con il lascia passare avuto in dono dal generale Crocco, la sua Sicilia diventa sempre più vicina fino all’agognato ritorno a casa nel 1945. Come Roberto Calandra, Giorgio Lo Iacono e pochi altri siciliani risucchiati nell’indicibile buco nero della guerra totale, Fernandez sopravvive alla barbarie della seconda guerra mondiale quasi come se una di quelle “caselle” della storia del novecento artistico fosse stata riservata proprio e solo per lui, e lui rende fede a questa condizione attraverso la sua architettura dalla fortissima matrice estetica e sociale.

Nell'immediato dopoguerra la storia professionale di Fernandez si incrocia con le ripercussioni dei sei anni di conflitto planetario, lavorando per la Pontificia Commissione di assistenza ai profughi tra Palermo e Partinico, Camporeale, San Giuseppe Jato, Corleone, e che culminerà con le collaborazioni con il pittore messinese Leo Guida.

Alla soglia di quei lontanissimi anni Cinquanta comincia a spirare il vento fetido della speculazione edilizia dell'asset diabolico politica/mafia, Fernandez fuori dall’orbita di faccendieri e politici progetta lo Stadio di Partinico per 5000 spettatori dal sapore decisamente Brutalista, cominciando al tempo stesso la costruzione di quella “punteggiata” di episodi notevoli di architettura residenziale condominiale dislocati in diversi punti del capoluogo siciliano.

Ne rappresentano simbolicamente la parabola progettuale di qualità il Palazzo Primavera/Fernandez all'angolo opposto del Giardino Inglese sulla via Duca della Verdura ad angolo con via Marchese di Villabianca, l'edificio condominiale “2T” in via Sciuti, il cosiddetto “Villaggio per Pescatori” a Terrasini animato da un interessante rapporto di scala umana tra architettura e paesaggio marinaro.

Agli anni Sessanta risalgono le maggiori esperienze professionali residenziali delle case abbinate a Cardillo e della propria villa a Mongerbino, gli edifici condominiali nelle vie Ximenes e Pretrarca, il suggestivo Palazzo “AR” al terminale della via Roma ad angolo con via Amari, il villaggio residenziale di Punta Pispisa a Scopello.

Sarà lui a restaurare negli anni Novanta Palazzo Ziino e a realizzare nella suggestiva cornice della circolare piazza basiliana del monumento ai Caduti a fondale della via Libertà 'edificio a pianta curvata subito retrostante il suggestivo monumento floreale di piazza Vittorio Veneto, e ancora l'interessante soluzione compositiva per la costruzione dell'asilo comunale di Carini.

Fernandez è stato anche un elegante designer progettando ristoranti e mense economiche, allestimenti come quello all'interno del Palazzo Arcivescovile commissionato dai padri Gesuiti per raccontare attraverso la collezione di oggetti raccolti dalle missioni nei cinque continenti, l'azione culturale degli stessi.

La qualità della ricerca progettuale dell'architetto palermitano si palesa nelle centinaia di elaborati tecnici e soprattutto artistici presenti nell'archivio Fernandez di Palermo vincolato dal Mibact già dal 2014 e che raccoglie oltre ai progetti e la grande biblioteca del progettista, decine di acquerelli di raffinata bellezza ed elegante tecnica pittorica, segno distintivo di quei progettisti la cui matrice intellettuale deriva decisamente dalla visione di “architetto integrale” posta in essere da Gustavo Giovannoni già a principio degli anni Venti.

Un libro di inediti, fortemente voluto dall'architetto Federica Fernandez per 40due Edizioni (pp. 192, 28 €, Palermo 2021) e curato da Elena Manzo professore ordinario di Storia dell'architettura presso l’Università Luigi Vanvitelli di Napoli, con contributi di Marina Giordano e Aurora Maria Rivierzo, prova a tracciare per la prima volta il profilo intellettuale e progettuale di Giorgio Fernandez, calando la vicenda della lunghissima attività professionale nelle difficoltà oggettive, tutte endemiche della quinta città d'Italia, quella Palermo del sacco edilizio politico mafioso del miracolo italiano, in cui l'architettura contemporanea entrò per piccoli ma significativi brani di bellezza esemplare.
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