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Fanti e soldati animarono il centro storico: quando Palermo fu il set di "Viva l'Italia"

Due ore di film in cui centinaia di comparse del luogo animarono i luoghi urbani originali della storia, in piena armonia con la poetica neorealista di Roberto Rossellini

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 1 aprile 2021

Una scena del film "Viva l'Italia" (1961) di Roberto Rossellini

Roberto Rossellini aveva già girato un film in Sicilia, era il 1949 e il film era "Stromboli - la terra di Dio".

Undici anni dopo, in vista dei festeggiamenti per il centenario dell'Unità d'Italia, commissionatogli l'importante pellicola per l'anno seguente, il registra neorealista ormai da tempo acclamato dalla critica internazionale dopo Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Il generale Della Rovere (1959), scelse di girare gran parte del film proprio nel capoluogo siciliano, le scene del suo omaggio personale al trionfo del risorgimento italiano e nacque così il suo "Viva l'Italia".

L'occhio del regista romano, evitò appositamente i “luoghi” comuni, per aggettivare la narrazione delle vicende garibaldine del soggetto cinematografico di Sergio Amidei, Carlo Aianello, Luigi Chiarini e Antonio Petrucci indirizzando il girato ed evitando appositamente il degrado delle macerie della Seconda Guerra Mondiale ancora presenti, allora come oggi, nel centro storico palermitano dilaniato.



Fu così che i Quattro Canti e piazza Pretoria, via Alloro e via Maqueda si animarono di fanti e soldati, cavalli e cavalieri, in quella primavera palermitana segnata dalla finzione del benessere del boom economico che senza scrupoli stava già divorando la bellezza della belle époque poco distante dal set di Rossellini.

Se le sequenze del girato in esterna furono un tributo alla bellezza monumentale della città piegata ma fascinosa, la scelta di Rossellini di girare all'interno delle catacombe del cimitero dei Cappuccini, possiede il sapore di quella intuizione tipica dei grandi maestri che guardano oltre creando metafore visibili.

Nel suo tentativo di girare una pellicola quanto più rispondente ai fatti reali, Rossellini cercò inoltre di condensare quelle atmosfere ambivalenti e affatto certe dei giorni della spedizione dei Mille in Sicilia, evitando letture personali, restituendo la dimensione di quotidianità della storia narrata.

Due ore di film in cui centinaia furono le comparse del luogo ad animare i luoghi urbani originali della storia, in piena armonia con la poetica neorealista rosselliniana, con quella particolare attenzione alla ricerca dei costumi e delle acconciature, a cui prestarono il volto Renzo Ricci e Paolo Stoppa, Franco Interlenghi e Giovanna Ralli, Tina Louise e Sergio Fantoni.

L'anteprima del film, l'anno seguente, fu naturalmente a Palermo tra gli ambienti basiliani del Teatro Massimo.

Un tripudio di folla lo accolse. Se divisa come sempre fu la critica, altresì uniti nel giudizio positivo furono i palermitani acclamanti il lavoro di quell'uomo che, allo scandalo della vita privata (forse ancora troppo avanti persino per la media europea di costume) in quegli anni ancora "primitivi" dal punto di vista delle conquiste sociali, volle lasciare inciso sul corpo di una grande sua opera d'arte, il volto del Sud, il volto della Sicilia periferia della nazione ma centro propulsivo dell'ideale risorgimentale romantico.

Eppure di questo evento di grande eccellenza internazionale, nella Palermo contemporanea, recentemente vincitrice di premi sterili, non esiste una targa, non esiste quasi memoria, malgrado tanti e straordinari siano gli scatti fotografici di quel gigante che seguì Rossellini collaborandovi intensamente nei suoi giorni palermitani, che fu il fotografo Nicola Scafidi.

Strano che, nella città già capitale della cultura, continui ad imperare quello stantio motivetto radical chic per cui «con la cultura non si mangia».

Serve un cambio di passo, serve più cultura. Serve la CULTURA.
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