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Fu il tempio della musica sul mare in Sicilia: vi cantò Mina e vi ballò (pure) Mussolini

Quelli che vedevi solo in bianco e nero in tv qui li trovavi in carne e ossa. Palco di star e conduttori celebri. Ci si esibirono anche Lucio Dalla e Mina, oggi è un rudere

Salvo Caruso
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  • 28 agosto 2025

Lido la Conchiglia di Gela

Quello di cui vi sto per parlare non è solo un luogo. È una sensazione come quando spolveri un vecchio vinile e lo metti sul giradischi. Il suono parte un po’ fiacco, con quel fruscio che sembra polvere trasformata in musica. Ma poi all’improvviso riaffiorano ricordi, odori, voci, stagioni intere.

Così suonava il Lido La Conchiglia di Gela negli anni ’60 e ’70. Un posto che non era solo mare e cabine ma il battito di un’epoca. Un tempio che in Sicilia fu quello che il Piper era a Roma, un palco dove la provincia diventava capitale della musica e dove ogni notte era un festival non scritto.

Dentro quella conchiglia di cemento sospesa sul mare c’erano piste da ballo, terrazze per i tuffi, vetrate illuminate dalle luci colorate. E soprattutto c’erano loro, Mina che incendiava la sala con la sua voce, Celentano che faceva ballare anche i più rigidi, Modugno che cantava con il mare alle spalle, Milva, Villa, Morandi, Al Bano, Ranieri, Lucio Dalla con i suoi mondi in tasca. Poi i Pooh, i Nomadi, Peppino di Capri, Little Tony. Una sequenza che letta oggi sembra la scaletta impossibile di un sogno.

A presentare le serate c’erano Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Corrado, quella che vedevi solo in bianco e nero in tv, qui la trovavi in carne e ossa. E lì in un’estate qualsiasi potevi trovarti fianco a fianco con personaggi della politica, della cultura, dello spettacolo. In un posto che nasceva come stabilimento balneare e si era trasformato in cattedrale della musica sul mare.

E pensare che la storia era cominciata molto prima, quando lì c’era solo un semplice lido di tavole. Un palco improvvisato sulla battigia dove in una delle pagine più bizzarre della memoria locale si esibì persino Benito Mussolini che nel 1937 volle danzare davanti alla folla in visita a Gela. Poi vent’anni dopo sullo stesso mare sarebbe sorta un’altra storia, quella della Conchiglia.

Era un’astronave piantata nell’acqua, cemento armato e pozzolana bianca, con un tetto a forma di conchiglia che brillava al sole. Una sala circolare, le vetrate aperte sul Mediterraneo, una pista da ballo, terrazze per i tuffi, vino al bancone e sigarette che ardevano tra un applauso e l’altro.

La puntina ha continuato a girare anche dopo il silenzio. Negli anni ’80 le luci si sono spente, le cabine svuotate, le vetrate lasciate al vento. Qualche pecora pascolava dentro la sala che aveva visto Modugno e Mina. Poi il cemento ha iniziato a sgretolarsi, il pontile è crollato, metà dell’ala ovest è venuta giù nel 2007.

Oggi della Conchiglia resta un corpo centrale monco, sospeso tra il mare e l’abbandono. Demolita a metà, vincolata come bene storico ma mai davvero rinata. Intorno un prato e un parcheggio tengono viva la spiaggia, ma il guscio è lì, chiuso, come un disco lasciato a metà.

Eppure la sua forma è ancora riconoscibile, la conchiglia bianca affiorata dalla sabbia, monumento a un tempo che non ritorna. Non è più il Piper siciliano, non è più la cattedrale della musica sul mare.

Ma basta passare sul lungomare di Gela, fermarsi un attimo e sembra di sentire ancora una risata, un applauso, un pezzo di Dalla che scivola tra le onde.

La Conchiglia oggi è un rudere sì. Ma è anche un’eco che non smette di girare. Un vinile graffiato che ogni volta che la memoria lo mette sul piatto torna a suonare.

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