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Il leone (e le giostre) dei palermitani: Ciccio e quelle mattine "sdivacati" al Foro Italico

Tutto accadeva la domenica mattina quando i padri, pur di stare tranquilli, prendevano i figli e li portavano prima ad ammirare il leone Ciccio e poi alle giostre della marina

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 5 giugno 2021

Giostre al Foro Italico di Palermo negli anni '70 (foto di Francesco Cerniglia)

A Palermo, tra l’antico rione arabo della Kalsa e il rione di Sant’Erasmo ci sta una bellissima villa che si affaccia sul mare.

A Giulia era stata intitolata questa villa, Giulia D’Avalos, una nobile di origini spagnole che aveva sposato Marcantonio Colonna di Stigliano III, principe di Sonnino, nonché discendente di quell’altro Marcantonio Colonna che aveva una passione per le femmine a cui, invece del solito anello, regalava momumenti.

E visto che ancora non c’era la tevisione, nove figli gli aveva dato Giulia, mentre lui nel 1774 veniva nominato viceré di Sicilia, e, forse per ricambiare, tre anni più tardi le regalerà la villa che prendera il suo nome.

Statue con le teste mozzate, alberi secolari, la statua del Genio di Palermo e la pianta stessa della villa che sembra essere costruita sulla base di simboli esoterici: non si può certo negare la suggestività di questo posto.

Accade che negli anni '60 del '900 un signore veneto di nome Amando Furlanis, imprenditore, filantropo, e cavaliere del lavoro, per una qualche ragione a me sconosciuta decide di fare un regalo all’amministrazione comunale di Palermo. Uno stemma? Un tappeto? Una statua? Quattro pacchi di sigarette? Un poco di Rolex? Niente di tutto questo.
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Furlanis regala un leone in carne ed ossa. E non avendo dove metterlo perché nessuno giustamente voleva portarselo a casa, ma non avendo soprattutto Palermo una struttura adeguata a ospitare un leone, si decise di ritagliare uno spazio proprio dentro la villa Giulia dove sarebbe stata fatta una gabbia per ospitarlo.

Ciccio qualcuno lo chiamò per scherzare, e da allora per tutti fu il leone Ciccio. Per più di trent’anni, e molti se lo ricorderanno, perché il leone resterà alla Villa Giulia fino alla fine degli anni '90, terrà compagnia ai palermitani.

Tutto accadeva pressochè la domenica mattina.

Il Palermo era in serie B, dai barbieri c’erano le foto di Totò Cutugno per replicare il bellissimo taglio, e pur di stare tranquilli dopo pranzo a sperare con schedina del totocalcio tra le dita, i padri prendevano i figli e li sdivacavano (li portavano) prima a vedere il leone Ciccio e poi alle giostre che stavano nell’attuale Foro Italico.

All’entrata della villa c’era un signore che vendeva caramelle per cui mio papà aveva un’antipatia sfrenata, infatti lo chiamava u sciumiuni (lo scimmione); poi capii che il problema era il prezzo troppo alto delle caramelle.

Quella del leone Ciccio era l’attrazione principale, tant’è che certe volte era pure difficile mettersi in prima fila perché bambini e genitori erano appiccicati alla gabbia come gli anziani alle entrata delle poste il giorno della pensione.

La prima volta (e questo vale un po’ per tutti penso) siamo rimasti delusi: ci aspettavamo di vedere il re della foresta tutto muscoli e ruggiti, e purtroppo una volta fatti i conti con la reltà ci si rendeva subito conto che pure un leone poteva essere disgraziato e malocombinato.

Magro, spennacchiato, e pure narcolettico perché dormiva tutto il giorno, si stava a guardarlo nella speranza che facesse uno sbadiglio perché di ruggire non se ne parlava.

In fondo, oltre la gabbia, c’era una piccola area giochi dove c'era una carrozza da cow-boy con una pistola attaccata: si sparava contro una sorta di schermo che conteneva degli indiani di plastica che una volta colpiti cadevano come i piriddi (in pratica un antenato dei videogames).

Prima di uscire dalla villa si ripassava dalla gabbia per salutare un’altra volta il leone Ciccio che non ti calcolava peggio di come non ti aveva calcolato all’entrata.

Un giorno, di punto in bianco, non lo vide più nessuno: la gabbia era vuota oppure oppure era lui che era di dimagrito così tanto che era sparito. Poi, dopo tempo, si seppe che fu portato allo zoo-fattoria di Terrasini e che era passato a miglior vita.

Fino a quando si trattava del leone la cosa era bene o male fattibile, il problema vero era attraversare via Messina Marine per raggiungere le giostre.

Prima, circa negli anni 80-90 il Foro Italico di Palermo non c’era. O meglio, non si vedeva perché c’era una sorta di luna-park che faceva più macello di quello che si crea in India per il bagno di purificazione nel Gance.

Chi se lo ricorda avrà stampate nella memoria le urla dei bambini che piangevano perché avevano perso i genitori, l’odore del sudore che svaporava insieme al fritto delle patatine e delle panelle che poi giustamente si impregnava nello zucchero filato; e ancora tante, ma tante bancarelle che vendevano mostri di gomma e vestiti e gli immancabili carretti con lo stereo (nove volte su dieci portavano il poster di Nino D’Angelo) che vedevano le musicassette contraffatte.

La sera, poi, tanto per fare un movida, si popolava di centinaia di signorine con le borsette che, non si sa perché, andavano a passeggiare tutte là.

A quanto pare, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale l’area del Foro Italico era stata quasi sempre utilizzata per ospitare circhi o piccoli lunapark, poi qualcosa deve essere andato storto e finì per trasformarsi in una specie di campo per roulotte.

Go-kart, autoscontri, ottovolante, seggiolili volanti, galeone pirata, trampolini elastici e poi ci stava la mia preferita: la casa king kong. Avevo una passione per il re delle scimmie ma poter fare un giro su detta giostra fu impresa ardua: primo perché ero troppo piccolo, secondo perché mio padre si sarebbe sentito un malaminchiata a sedersi sul carrellino di king kong.

Poi, appena fui un po’ più grande, finalmente arrivò il grande giorno: non l’avessi mai mai fatto... a quest’ora ne avrei portato un buon ricordo.

Una volta entrato col carrello c’era solo buio e, ogni tanto, spuntava qualche zombie, una strega, uno col coltello nella schiena e pure qualche operaio perché c’era sempre qualcosa di rotto da aggiustare... cosa c’entravano tutte quelle cose con King Kong non l'ho mai capito.

Vabbè che erano gli anni appresso al sacco di Palermo e avere sanatorie era facile, ma perché King Kong avrebbe in fin dei conti dovuto farsi la casa proprio lì?

Nel 2000, forse perché si pensava al millennium bug e queste cose non avrebbero funzionato più, durante una conferenza ONU il sindaco di Palermo riesce ad avere un’autorizzazione per dire a tutti “Prego, potete andare!”.

Da quella fatidica data la marina non è più il posto che conoscevamo.

Non ci sono più le signorine con le borse ma solo pazzi che corrono in pantaloncini, quelle caratteristiche roulotte sono sparite lasciando sullo sfondo un mare noioso che da Monte Pellegrino va fino a Capo Zafferano, e al posto delle belle strutture color ruggine delle montagne russe si vede solo qualche aquilone e qualche gabbiano.
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