Il monastero (scomparso) a Palermo: qui facevano l'Antiacido di Santa Rosalia
Una storia di bellezza, tradizione e abbuffate che, nonostante il piccone demolitore, continua a vivere tra i marmi e le tele della nostra città. Ve la raccontiamo
L'altare maggiore della chiesa di Santa Rosalia (foto tratte da M. Giorgianni, il Taglio di Via Roma, Palermo 2000)
Chiesa e monastero furono completati nel 1640. Ma fu agli inizi del 1700 che sorse la splendida chiesa che molti ricordano nei racconti d'epoca. Progettata dall’architetto crocifero Giacomo Amato e benedetta nel 1709, era un vero scrigno barocco ricco di stucchi, marmi mischi e opere di maestri come Mariano Rossi, Gioacchino Martorana e Gaspare Serenario. Una lunga querelle storica si era accesa su Santa Rosalia, visto che nel Seicento i benedettini sostennero che la santa non fosse un'eremita, ma che per un periodo della sua vita fosse appartenuta all’ordine di San Benedetto. Questo era il motivo per cui non solo il monastero era gestito da Benedettine, ma anche che all’interno della chiesa vi fosse uno splendido altare dedicato a San Benedetto e che, ancora, il Santo fosse riprodotto negli affreschi sulla volta dipinti da Gioacchino Martorana.
Oltre alla fede, il monastero era celebre per un motivo... digestivo! Nel Settecento la cucina siciliana, quella dei Nobili, era nel pieno del suo splendore. Pietanze squisite affollavano le tavole imbandite della nobiltà palermitana, mentre i poveri mangiavano quando possibile. Era il tempo dei Monsù, cuochi bravissimi che nelle case nobiliari facevano incontrare tradizioni culinarie locali con specialità d’oltralpe. E allora, se bella era la tavolata, spesso difficile era la digestione per certi “manciatari”.
Fu così che le monache divennero famose perché preparavano il celebre Antiacido di Santa Rosalia. A ricordarcelo fu dapprima un buongustaio palermitano settecentesco, Giovanni Meli: “Si qualchedunu mancia a scattari / E cci fa dannu sta manciunaia / si po’ pigghiari allura pri purgari / l’antiacitu di Santa Rusulia!” A Meli fece eco, qualche anno dopo, il grande Giuseppe Pitrè: "E come a lato del male sta il bene, così quasi a rimedio delle inevitabili indigestioni, la badia di S. Rosalia compieva il pietoso ufficio di preparare un antiacido medicinale, di sicurissimo effetto".
Tra il 1917 e il 1922, il complesso fu raso al suolo per "fare spazio" al taglio di via Roma. Fortunatamente il suo tesoro non è andato del tutto perduto, ma è parzialmente sparso per la città. La chiesa Regina Pacis custodisce l'altare maggiore originale. La chiesa di S. Giovanni Apostolo (CEP) ospita il grande Crocifisso ligneo. Al Museo Diocesano trovate diverse tele, l’Immacolata e i preziosi paliotti ricamati in corallo. Nella chiesa del SS. Salvatore invece potete ammirare la tela de “L’Incoronazione della Santa”. E ancora in Cattedrale si conserva la croce in lamina d’argento che, si dice, fu ritrovata con il corpo della Santuzza e per lungo tempo custodita dalle monachelle.
Una decina di anni fa venne restaurato un pezzo di affresco salvatosi che raffigura San Benedetto tra gli angeli, di cui vi dicevo prima. E la chiesa di Santa Rosalia in via Marchese Ugo? Fu progettata da Ernesto Basile nel 1928 proprio per "risarcire" Palermo della perdita della vecchia chiesa dello Stazzone, spostando quel legame storico e spirituale nella zona della Libertà.
Una storia di bellezza e tradizione che, nonostante il piccone demolitore, continua a vivere tra i marmi e le tele della nostra città. E comunque: viva Palermo e Santa Rosalia!
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