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Il Re Nasone e "La Floridiana": a Napoli c'è una villa dedicata a una nobildonna siciliana

Affacciata sul golfo di Napoli dalla collina del Vomero, Villa Floridiana è lo splendido pegno d'amore dedicato a una bellissima nobildonna siciliana. Chi era Lucia Migliaccio

Simona Russo
Giornalista
  • 20 febbraio 2021

Villa Floridiana a Napoli

La storia ci porta a conoscenza del profondo legame tra Napoli e la Sicilia, soprattutto in quello che fu il Regno delle Due Sicilie in epoca borbonica.

Ma in pochi sanno che a Napoli c’è una splendida villa che, affacciata sul golfo dalla collina del Vomero, fu donata e dedicata per amore a una bellissima nobildonna siciliana e nella quale quest’ultima visse.

Stiamo parlando di Villa Floridiana donata nel 1817 alla bella Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, da Ferdinando I di Borbone, detto il “Re Nasone” a causa delle dimensioni “importanti” del suo naso.

Lucia Migliaccio fu la 12esima duchessa di Floridia, comune in provincia di Siracusa.

Nata a Siracusa nel 1770, era figlia del nobile siciliano Don Vincenzo Migliaccio, ottavo duca di Floridia e San Donato, e della nobildonna spagnola Donna Dorotea Borgia e Rau, dei marchesi del Casale. Appena undicenne, venne data in moglie a Don Benedetto Maria III Grifeo, ottavo principe di Partanna e duca di Ciminna.



Nel 1814, alla morte del marito della duchessa, il re Ferdinando, che all’epoca aveva 63 anni ed era vedovo della regina Maria Carolina d’Austria, sposò Lucia nella Cappella Regia di Palermo in seconde nozze con matrimonio morganatico. Quindi Lucia non divenne mai regina (ma consorte reale) e fu privata dei benefici e della successione al trono sia per lei che per i suoi figli, ciò malgrado ebbe molta ascesa a corte e nella cultura del regno.

Lucia, all’epoca delle nozze con Ferdinando, aveva 44 anni (19 in meno dello sposo) ed era già madre di ben sette figli ed era dotata di una straordinaria bellezza. Nel pieno della sua femminilità con un fisico snello, nonostante le gravidanze, aveva un paio di occhi neri e profondi che avevano ispirato scrittori e poeti del tempo.

Wolfang Goethe, che nel 1787 l’aveva conosciuta diciassettenne a Palermo, tradusse in tedesco i versi di Giovanni Meli, poeta siciliano e suo contemporaneo che compose l’ode a lei dedicata “Ucchiuzzi niuri", nella sua celebre lirica “Sizilianisches Lied” (“Canto siciliano”), in cui si fa riferimento al fascinoso sguardo di Lucia Migliaccio.

Pare che tra i due fu amore a prima vista, un vero e proprio colpo di fulmine, tanto che Ferdinando I vedendola esclamò: «Benedetta mammeta che t’ha fatta!».

Re Ferdinando non aveva occhi che per lei, aveva conosciuto la duchessa Lucia a Palermo durante il suo primo soggiorno tra il 1799 e il 1801 nel corso dei moti rivoluzionari, ma solo qualche anno più tardi, nel suo secondo esilio (durato nove anni), ne approfondì la conoscenza e fatalmente divennero amanti.

Tutto lascia pensare che i due fossero già amanti da tempo: come attesta lo storiografo Michele Palmieri di Miccichè, l’ultimogenita della duchessa, Marianna, per la quale il re nutrì sempre un profondissimo affetto, nacque nel 1808, quando la relazione tra i due era in pieno corso.

Sconfitti i francesi, Ferdinando tornò a Napoli e portò con sé Donna Lucia, che a dispetto dei pettegolezzi di corte che la dipingevano come un’arrivista - “Idda si fici i so cunti, amante du rre iè!” vociferavano le malelingue - , si dimostrò una donna docile, semplice, discreta e, soprattutto, lontana dalla politica e dai suoi intrighi.

Il loro idillio d’amore fu coronato da sontuose feste a Palazzo Reale, anche perché i Borbone avevano riguadagnato il trono di Napoli e Ferdinando concedeva molto volentieri numerosi doni intestati alla consorte come il bellissimo Palazzo Partanna in Via Chiaia (dove la duchessa si ritirerà dopo la morte del suo consorte) e soprattutto il grande polmone verde del Vomero quale la Villa Floridiana in stile neoclassico e l’annessa Villa Lucia.

Un immenso progetto architettonico e stilistico che fondeva il paesaggio naturale del parco e della collina in modo scenografico, con un panorama mozzafiato sul golfo di Napoli. In questa villa il sovrano e sua moglie trascorsero in tranquillità gli ultimi anni della loro vita.

In onore alla Duchessa di Floridia, sull’ingresso della villa fu posta una targa dorata che riportava la scritta: “La Floridiana”. I lavori di ristrutturazione furono affidati al progettista toscano Antonio Niccolini che rimodernò la palazzina originaria secondo il gusto neoclassico del tempo.

Realizzò prima tre terrazze, raccordandole con uno scalone monumentale in marmo e ampliò la struttura, a pianta rettangolare, grazie alla costituzione di due ali adiacenti laterali, destinate ai luoghi di servizio. La facciata posta a settentrione, considerata da sempre quella principale, fu organizzata su due piani lineari mentre quella rivolta a meridione fu articolata su tre piani.

Il tutto si concludeva con un attico a balaustre, sormontato da una meridiana inserita fra due cornucopie. Per ampliare il giardino Ferdinando acquistò un podere limitrofo facendo costruire una palazzina che fu chiamata Villa Lucia, sempre in onore della consorte, e la collegò alla Floridiana tramite un ponte.

Ad arricchire il parco ci pensò Friedrich Dehnhardt, direttore dell’Orto Botanico e giardiniere reale, che insediò oltre 150 specie vegetali e alcune "bizzarre" attrazioni, come una vasca con loggia, una statua egiziana, una pescheria, un tempietto ionico e il Teatrino della Verzura, una struttura ellittica immersa in una siepe di mirto.

Non mancarono animali esotici, compresi leoni, tigri e una coppia di canguri, frutto di uno scambio con l’Inghilterra.

All’interno del parco della villa il pegno d’amore più importante che Ferdinando donò alla sua amata Lucia, intriso di simbologie che suggellavano il loro amore eterno, fu il gruppo scultoreo della cosiddetta Fontana degli Innamorati, raffiguranti le divinità dell’amore coniugale Eros e Imene, una chiara trasposizione classicheggiante in riferimento agli stessi Ferdinando e Lucia.

Si narra che sia di buon auspicio visitarla poiché salda le unioni, il matrimonio e fortifica gli innamorati. Inoltre, il re regalò alla sua amata sposa un diamante grande come una fava ed in suo onore fece elevare Siracusa a Città Capovalle. Per non parlare poi delle centinaia di lettere piene d’amore e passione scritte nel corso della loro unione.

Per Ferdinando, la presenza di Lucia negli ultimi anni della sua vita, fu una vera e propria benedizione, una ventata di libertà e di umanità unita al senso del dovere e della dignità, al contrario della dispotica e opprimente Maria Carolina, che mal tollerava suo marito e il regno.

Ferdinando amava chiamarla “Mia cara e buona Lucia” e nutriva per lei rispetto e amore profondo, slanci di tenerezza l’uno verso l’altra come una vera coppia di innamorati, la più bella e felice mai vista sul trono di Napoli.

Lucia, nonostante fosse regina senza corona, si mostrava sempre all’altezza e padrona della situazione, accompagnando re Ferdinando nei suoi spostamenti diplomatici, senza interferire negli affari di stato e conversando con tatto e garbo con le varie cariche e autorità.

L’unico a non apprezzare le qualità della nobile Lucia era Francesco, il futuro successore al trono e figlio di primo letto di re Ferdinando, che la disdegnava pubblicamente sollevando accuse sui presunti trascorsi della duchessa. Memorabile è la risposta secca in dialetto partenopeo di re Ferdinando indirizzata al figlio: “Penza ‘a mammeta, guagliò, penza ’a mammeta!”, alludendo al passato peccaminoso e riconosciuto di Maria Carolina.

Dopo la morte di re Ferdinando avvenuta la mattina del 4 gennaio 1825, Lucia piombò nel dolore e nello sconforto per la perdita del suo amato e a distanza di pochi mesi, si spense dopo una lunga malattia a Napoli il 26 aprile 1826. La sua tomba (per volere del re) riposa accanto a quella del suo amato nel transetto a sinistra della Chiesa di San Ferdinando in Piazza Trieste e Trento, visibile nel monumento marmoreo di Tito Angelini, a ricordare il loro amore eterno.

La villa passò alla figlia di Lucia, Donna Mariannina, e al consorte, il Conte di Montesantangelo. Il loro figlio, affetto da demenza, passò parte della sua vita a gattonare tra i giardini e le terrazze della Floridiana. Alla fine dell’Ottocento la villa e il parco furono acquistati per quattrocentomila lire dall’americano Alexander Henry Davis.

Nel 1916 passò al Demanio dello Stato Italiano che, nel 1927, la trasformò nella sede della Collezione di Placido de Sangro, Duca di Martina ovvero il Museo nazionale della ceramica Duca di Martina.

Un’ultima curiosità: a Lucia fu dedicata anche una gustosissima ricetta.

Ci riferiamo all’antico pane ripieno del Regno delle Due Sicilie: Il Migliaccio Floridiano. Quest’ultimo nasce, per l’appunto, nel territorio di Floridia, un pane che venne molto apprezzato dalle famiglie aristocratiche. La ricetta originale per l’impasto ha come ingredienti: acqua, lievito, sale e farina di grano duro di Sicilia.

Il pane, dalla forma tonda, era ripieno di erba cipollina, filetti di peperoni, pomodori secchi tritati e formaggio dolce di latte di capra locale. La parte esterna veniva aromatizzata con erba cipollina ed una spennellata di un prodotto simile al burro.

Oggi, nonostante non si riescano a reperire documentazioni esatte sull’antico procedimento adottato, alcuni panificatori floridiani stanno cercando di riportare alla luce questo prodotto tipico del territorio, rivisitando la ricetta originale, con la speranza di poter far annoverare presto il pane tra i presidi slow food.
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