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Il ritorno a Palermo del quadro trafugato: una speranza per il capolavoro di Caravaggio

La piccola speranza di riportare a casa la Natività di Caravaggio esiste ancora. Sembra esserci infatti la possibilità che la preziosa pala non sia affatto andata distrutta

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista, storico dell'arte
  • 6 marzo 2021

La celebre "Natività" di Caravaggio trafugata a Palermo

Un non meglio specificato quadro cum figuris commissionato dal mercante senese Fabio Nuti per la compagnia dell’oratorio francescano di San Lorenzo, a quel campione della controriforma borromaica che Roberto Longhi definì all'inizio degli anni Venti quale "il primo pittore dell'età moderna”.

Quel Caravaggio, allievo milanese di Simone Peterzano, messo a bottega dal Cavalier D’arpino appena giunto a Roma, che seppe sintetizzare le acquisizioni formali e tonali lombardo-venete con la cifra stilistica romana "dando luce" del buio alla mission neopauperista di San Carlo e Federico Borromeo.

La fortuna di Caravaggio legata agli studi longhiani si concretizza con la mostra del 1951 presso il milanese Palazzo Reale, rassegna in cui per la prima volta sono presenti i maggiori capolavori dell’artista milanese tutti insieme e in cui figura quella tela, in quel momento, mai uscita dalla Sicilia, allora poco conosciuta e studiata in cui è narrata la scena centrale del presepe cristiano, la natività.



È un olio su tela alto 268 cm e largo 197 cm in cui ancora una volta Merisi squarcia il buio con la luce che è sostanza e simbolo della riforma post-tridentina, inchiodano noi spettatori, credenti e non, alla visione di una delle scene cardine della cristianità, quella nascita del figlio di Dio che come la bellezza, giunge per salvare il mondo.

Rappresenta probabilmente la sua prima pala d’altare, realizzata a Roma tra la primavera e l'autunno del 1600 durante la realizzazione travagliata del ciclo delle tre opere ancora esistenti nella Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, Il martirio e la vocazione di San Matteo e i due San Matteo e l'angelo di cui risulta scomparsa la copia berlinese dal maggio 1945.

Proprio in quel momento Merisi è ospite del Cardinale Del Monte, raffinato collezionista, presidente dell’Accademia di San Luca e suo protettore mecenate, presso Palazzo Madama.

Verosimilmente quindi, la Natività palermitana viene realizzata dal più importante pittore barocco nelle stanze dell’attuale sede del Senato della Repubblica italiana, all'interno di uno dei picchi assoluti del caravaggismo maturo, quella fase romana di passaggio tra la committenza privata e la consacrazione del genio artistico attraverso quella pubblica.

Maugeri, Arslan, Bottari, Calvesi, Vodret, alle loro prime intuizioni dobbiamo i primi tasselli di questa nuova consapevolezza che tramite le più recenti ricerche di Giovanni Mendola e Michele Cuppone, ci consente una lettura dell'opera più attinente e cronologicamente più rispondente alla poetica del realismo figurativo merisiano, che proprio in quei primissimi attimi del Seicento trasformò per sempre l'arte barocca fulminando la sensibilità pittorica e filosofica di Battistello Caracciolo, Cecco da Caravaggio, Orazio Borgianni, Alonso Rodriguez, Pietro Novelli, Orazio e Artemisia Gentileschi, Jusepe De Ribera, Filippo Paladini, Luca Giordano, Mattia Preti, Giovanni Lanfranco, Andrea Vaccaro, Giacinto Brandi, Mattias Stomer, Valentin De Boulogne, Gherardo delle notti, George de la Tour, Dirck Van Bamburen, Gerrit Van Honthorst, Louis Finson, solo per citare i più attivi e prossimi epigoni.

In particolare, sono le suggestioni messe in campo da Cuppone a ridefinire i contorni di questa lettura che pare largamente convincere le resistenze che vorrebbero ancora la Natività eseguita a Palermo, città in non v’è traccia alcuna del soggiorno del pittore lombardo, la cui parentesi siciliana fu prevalentemente un soggiorno siracusano/messinese.

Ma quali elementi condizionano quale rispondente, questa nuova lettura dell'opera, forse, l'opera più conosciuta della pittura barocca?

Al di là delle misure “tipiche” delle tele romane e del relativo ordito della trama dei filari (elementi differenti da quelli delle tele siciliane), Cuppone pone l'accento su almeno quattro punti che sembrano davvero elementi di un puzzle finalmente definito e coerente.

Il primo punto riguarda l'angelo in volo sul registro superiore, figura già presente nel Martirio di San Matteo e nella versione romana del San Matteo e l'angelo, quest'ultimo una sorta di talea specchiata della natività di Palermo, una variante con evidenti caratteri di similitudine maggiori delle divergenze.

Il secondo punto riguarda l’acuto raffronto tra la posa e i tratti distintivi del nostro San Lorenzo e del San Matteo “non ancora santo” ma piegato a contar le monete sul tavolo nella Vocazione di San Matteo indicato dalla mano illuminante di Cristo. Sembrano gli stessi se non lo stesso modello.

Il terzo punto suggerisce la vicinanza dei tratti somatici tra la nostra Madonna che ha appena partorito e la protagonista della Giuditta e Oloferne della collezione Barberini, capigliatura, piramide nasale, ovale del volto e il taglio degli occhi non lasciano dubbi a riguardo che Merisi abbia usato per entrambe le opere la medesima modella romana.

Il quarto punto riguarda San Giuseppe, la cui identificazione è ormai pressoché unanimemente riconosciuta nell'uomo di spalle seduto al bordo destro inferiore dell'opera, rivolto in direzione del vecchio col bastone.

Qui Merisi lascia probabilmente la traccia più importante dell'intera ricostruzione fatta da Cuppone, in quanto la posa, la dislocazione, le proporzioni del nostro padre putativo, sono identiche a quelle che il Cavalier d’Arpino realizza nel sottarco che copre la stessa Cappella Contarelli, custode da oltre quattro secoli non soltanto del ciclo merisiano ma scrigno di integrale bellezza.

Quattro indizi convergenti, i quali si uniscono alla suggestione che gli stessi cromatismi e le stesse atmosfere della Natività siano riscontrabili nelle tele del ciclo di San Matteo. Tutti elementi concorrenti a giustificare e accettare che la tesi dello studioso romano sia affatto ardita ma pienamente motivata.

Immaginare che Caravaggio lavorasse alla Natività avendo intorno le suggestioni della cappella romana e che abbia trasportato in andata e ritorno pezzi della propria ricerca formale, arricchisce e non il contrario, la storia della pala rubata alla metà di ottobre del 1969 nella Palermo di Ciancimino e Lima.

Già, perché qualsiasi nostra ricostruzione, qualsiasi nostro slancio emotivo si ferma tra la Palermo del sacco edilizio politico-mafioso e la Svizzera odierna in cui parrebbe che la Natività sia giunta attraverso l’intermediazione tra Don Tano Badalamenti e il famigerato mercate/collezionista elvetico.

È la pratica n. 799 del nucleo tutela opere d'arte del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale aperta cinquanta anni fa e da allora mai chiusa.

Eppure la piccola speranza di riportare a casa questa preziosa opera caravaggesca esiste ancora, se ne stanno occupando proprio i Carabinieri e se il web ci ha consegnato una sorta di ubiquità virtuale, possiamo provare a incidere anche noi nel nostro piccolo con un hastag o con una catena di testimonial illustri uniti nel chiedere a tratti anche disilluso il ritorno della Natività a Palermo.

C’è infatti la reale possibilità che la pala non sia affatto andata distrutta e rimanga ancora oggi chiusa nelle disponibilità di un singolo uomo che non può far altro che chiuderla all'interno del proprio caveau, nascosta lì, incondivisibile, trasparente alla storia, inutilmente sequestrata.

Ebbene, potremmo pure avventurarci a questo punto sulla strada inutile di improperi e maledizioni di ogni tipo, ma credo sia opportuno oggi essere costruttivi e persino “illusi” nella richiesta che l'opera venga restituita alla pubblica fruibilità o fatta ritrovare, ceduta presso l’ambasciata italiana in Svizzera, spedita, inviata, senza polemiche o scuse, senza ulteriore perdita di tempo.

Che evento che sarebbe, il ritorno della Natività di Caravaggio nell’oratorio arricchito dagli stucchi di Giacomo Serpotta, in cui a stringersi ancora davanti la nascita del Salvator Mundi, sarebbe di nuovo unita, l'intera umanità, nella narrazione corale di tutti i media.

Se fossi io quel "collezionista" cercherei di collezionare proprio questo tassello, il primato d'aver generato l'evento culturale più rilevante del secolo.
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