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Il suo ritratto è svanito (nel nulla): chi fu la dama siciliana alla corte del re di Spagna

Una delle donne più influenti della Sicilia del Cinquecento. Una storia tormentata: ebbe un padre parricida, fece tre matrimoni e suo nipote fu intimo amico del re

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 15 aprile 2024

Ritratto di Anna D'Austria della regina di Spagna

Dorotea Barresi e Santapau, dama di grande acume politico, fu una delle donne più influenti della Sicilia del Cinquecento: una delle poche personalità d'eccezione che riuscirono ad integrarsi nella corte spagnola, basata su una rigida gerarchia e dove l’èlite si atteneva a un protocollo molto formale.

Dorotea nacque nel 1533 dal Girolamo Barresi e Valguarnera, Marchese di Pietraperzia e da Antonia Santapau e Branciforti, dei Santapau di Licodia Eubea e Butera.

Visse un'infanzia travagliata a causa delle complesse vicende giudiziarie del padre: il marchese Barresi infatti fu incriminato di parricidio e quando nel 1537 confessò l’omicidio del padre e di due servitori, con la complicità del suocero, del cognato e di Giovanni Valguarnera barone di Assoro, venne condannato a morte.

L’esecuzione fu rinviata fino al 1549, quando il terribile viceré Juan De Vega chiese e ottenne la testa del marchese Barresi.

Questi, il 23 marzo 1549, dopo aver fatto testamento e aver controfirmato i capitoli matrimoniali fra la figlia Dorotea e Giovanni Branciforti, 4°conte di Mazzarino, venne decapitato nel carcere del Castellammare di Palermo.
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Pochi mesi dopo, Antonia, madre di Dorotea si tolse la vita, forse ingerendo del veleno. I gravi lutti familiari non impedirono tuttavia a Dorotea di convolare a nozze nel 1550 con Giovanni Branciforte: la coppia ebbe un unico figlio, Fabrizio. La Barresi rimase presto vedova, nel 1555, a soli 22 anni e si ritrovò a reggere il casato da sola: la situazione economica non era florida perché il padre Girolamo aveva speso forti somme cercando di evitare la pena capitale.

Dorotea pensò allora di riunire i due rami del casato Barresi, quello di Pietraperzia e quello di Militello, e finalmente nel 1567 riuscì a sposare un suo cugino, Vincenzo Barresi, marchese di Militello: Dorotea aveva 34 anni e Vincenzo appena 17.

Le nozze si celebrarono a Licodia, il 15 agosto 1567, ma Vincenzo nella notte fu colto da malore improvviso e il mattino dopo fu trovato morto nel suo letto, senza “aver consumato il matrimonio”. Si parlò di febbre malarica, contratta forse in campagna, nel feudo di Scordia, dove il ragazzo aveva trascorso di recente un paio di mesi, dedicandosi alla caccia.

Ad ereditare il marchesato di Vincenzo fu la sorella Caterina Barresi e allora Dorotea, che aveva visto svanire i suoi progetti, architettò un altro piano: decise di intavolare nuove trattative nuziali con la suocera Belladama, organizzando il matrimonio del proprio figlio Fabrizio con la cognata Caterina.

Belladama valutò che Fabrizio era un ottimo partito e dunque accondiscese volentieri alla richiesta di Dorotea. Diverso fu invece il parere del Vicerè, che aveva pensato di dare Caterina in sposa a un nobile spagnolo e che rimproverò Belladama, per aver promesso sua figlia a Barresi senza il consenso di sua Maestà.

Belladama, temendo che il Vicerè ordinasse di rapire Caterina, per forzarla alle nozze col gentiluomo spagnolo, si rivolse al vescovo di Catania: il prelato fece ricoverare madre e figlia in un monastero della città e poi fece opera di persuasione, costringendo il Vicerè ad acconsentire alle nozze tra Fabrizio e Caterina.

Dorotea dal canto suo non rimase vedova a lungo: nel 1572 - dopo aver ereditato il patrimonio del fratello Pietro Barresi, primo principe di Pietrapierzia, morto senza figli - mirando molto in alto questa volta, si sposò per la terza volta, con Giovanni Zunicha, conte di Miranda, grande di Spagna e commendatore maggiore di Castiglia, figlio naturale di Carlo V, molto stimato dal fratellastro Filippo II, re di Spagna.

Il vincolo nuziale con lo Zunicha fu voluto dalla corona spagnola, per controllare meglio l’isola: il principato di Pietraperzia e il Principato di Butera messi insieme rappresentavano circa il 20 per cento di tutta l’estensione del territorio siciliano; con il matrimonio con la nobile siciliana Filippo II premiava uno dei suoi fedelissimi.

Zunicha dal 1568 al 1579 fu ambasciatore a Roma presso Papa Pio V; poi fu Vicerè a Napoli dal 1579 al 1582 e Dorotea fu Viceregina. Terminato l’incarico a Napoli nel 1582 Zunicha tornò in Spagna, dove gli fu riservata una calorosa accoglienza; divenne uno dei consiglieri del sovrano e nel 1585 fu nominato "aio", ossia governatore - insieme a Dorotea - della casa dell’Infante Filippo III.

La principessa Barresi volle chiamare a Corte anche Francesco Branciforte, uno dei suoi 9 nipoti, i figli di Fabrizio e Caterina. Francesco divenne amico e compagno di giochi di Filippo III e finì per sposare, molti anni dopo, la principessa Giovanna, figlia naturale di Giovanni d’Austria, a sua volta figlio naturale di Carlo V d'Asburgo.

Dorotea si distinse per le sue doti diplomatiche, per i suoi ponderati consigli e per la sua riservatezza in merito ai segreti di Corte; fu molto stimata e apprezzata anche dai sovrani, in particolare dall’imperatrice Anna (che era moglie e nipote di Filippo II). Si racconta che la sovrana sedesse su due cuscini e concedesse solo alla principessa Barresi il permesso di accomodarsi su un cuscino, mentre le altre dame si adagiavano per terra, secondo l’usanza spagnola.

L’imperatrice regalò inoltre alla Barresi un meraviglioso servizio di porcellana che la principessa utilizzava quotidianamente e che portò con sé in Sicilia, quando vi fece ritorno. Mentre viveva in Spagna, a corte, un brutto giorno Dorotea si ammalò gravemente e i medici ritenevano che fosse in punto di morte.

La principessa fece allora testamento, ordinando che le sue due schiave venissero liberate. Inaspettatamente però Dorotea qualche giorno dopo, passato il momento critico, si riprese e tornò in salute. Le schiave deluse cospirarono allora per uccidere la loro padrona e cominciarono a somministrarle nel piatto, ogni giorno, piccole dosi di veleno.

La Barresi tornò a stare male e i medici avvisarono l’imperatore, che si informava ogni giorno della salute della principessa. Il sovrano conosceva il contenuto del testamento e sospettando che le schiave stessero complottando, le fece imprigionare.

Le donne furono costrette a confessare di aver avvelenato la principessa e furono immediatamente condannate a morte. Dorotea miracolosamente riuscì a salvarsi, ma non guarì mai del tutto, il suo stomaco rimase sempre molto delicato.

La Barresi rimase nuovamente vedova il 17 novembre del 1586 quando Zunicha si spense nel palazzo Reale di Madrid, dove venne ricordato come uomo di grande valore. La principessa trascorse gli ultimi anni della sua vita a Pietraperzia e qui spirò il 6 Agosto 1591, a 58 anni.

Il figlio Fabrizio fece celebrare solenni funerali, con sacerdoti provenienti da ogni angolo della Sicilia e fece erigere nella Chiesa Madre un sarcofago di "pietra bigia" simile a quello di Federico II di Svevia nella cattedrale di Palermo. Nel 1592 lo stesso Fabrizio fece raccogliere in una stanza del castello tutti i ricordi della madre (preziosi abiti di corte, gioielli), compreso il meraviglioso servizio di porcellana donato dall’imperatrice Anna e fece murare la porta.

Alcuni anni dopo la principessa Giovanna d’Austria, moglie del nipote Francesco, giunta a Pietraperzia avrebbe fatto rompere la porta murata e si sarebbe impossessata di tutti gli oggetti di suo gusto, comprese le porcellane dell’imperatrice, portandoli con sé a Militello, dove col marito teneva una piccola corte.

Esisteva un enorme ritratto di Dorotea Barresi, opera del pittore ufficiale della corte spagnola Alonso Sanchez Coello: si trattava di un grandissimo dipinto, di quasi 5 metri di altezza. Il quadro per molto tempo fu conservato in alcune dimore storiche dei Branciforti e per ultimo si trovava presso il palazzo Lanza Mazzarino di Palermo in via Maqueda.

Eugenio Barresi (discendente dei Barresi del ramo di Militello Val di Catania, insediatosi, nel corso del Seicento, a Lipari) riuscì a scattare una fotografia dell’opera nel 1964, quando alla morte del principe Giuseppe Lanza di Mazzarino nel palazzo furono messi all’asta ben 18.000 oggetti. Tra questi oggetti d’arte c’era anche il quadro di Dorotea, che fu battuto all’asta il 18 giugno per 200.000 lire.

A scoprire la fotografia del ritratto è stato in anni recenti lo studioso Salvatore La Monica: essa è l’unica immagine che ci rimane della brillante e influente Dorotea Barresi, perché dove si trovi il ritratto purtroppo al momento non è dato sapere.

Fonti: Filippo Caruso, Cronache inedite, in Archivio Storico Siciliano, 1923. Salvatore La Monica, I Barresi: storia di una famiglia della feudalità siciliana tra XI e XVII secolo, 2010.
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