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Palermo, 13 aprile 1787: Goethe più di 200 anni fa descriveva una città straordinaria

Quel giorno era un venerdì e l'autore che descrisse Monte Pellegrino come «il più bel promontorio del mondo» era andato a conoscere la famiglia di Cagliostro

Balarm
La redazione
  • 13 aprile 2021

Veduta di Palermo, olio su tela di 1845 di Robert Salmon (1775-1845, United Kingdom)

Era esattamente il 13 aprile del 1787 quando Johann Wolfgang von Goethe, scrittore e poeta tedesco, iniziò a comporre quello che sarebbe diventato il suo più famoso saggio: Italianische Reise" (Viaggio in Italia).

Un diario di viaggio che include le famose parole dedicate a Palermo.

«Non saprei descrivere con parole la luminosità vaporosa che fluttuava intorno alle coste quando arrivammo a Palermo in un pomeriggio stupendo. La purezza dei con­torni, la soavità dell'insieme, il degradare dei toni, l'armonia del cielo, del mare, della terra... chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita».

Quel giorno di oltre 200 anni fa era un venerdì e l'autore che descrisse Monte Pellegrino come «Il più bel promontorio del mondo» era andato a conoscere la famiglia di Cagliostro, incuriosito dai racconti sul truffatore ascoltati da amici e conoscenti palermitani.

Racconta così di essersi addentrato in una stradina piccolissima, una traversa del corso principale che in città chiamavano "Cassaro" e di aver trovato una famigliola in condizioni misere, così misere che ebbe la tentazione di dover provvedere lui stesso alle loro economie.



Quel viaggio nel Bel Paese era nato con lo scopo di ristorare Goethe e di farlo rasserenare. Una serenità che il poeta cercò e trovò in Sicilia insieme all'ispirazione di scriverne. Volti, paesaggi, usanze e storie della Palermo di quasi trecento anni fa sono state portate all'attenzione degli artisti, intellettuali e uomini di cultura dell'Europa dell'epoca.

«Non è possibile formarsi un’idea giusta dell’Italia senza aver visto la Sicilia: qui sta la chiave di tutto», scriveva ancora, dopo aver visitato anche il Tempio di Segesta, Castelvetrano, i templi di Agrigento, Taormina e una Messina devastata dal terremoto del 1783.

A Palermo, il poeta aveva trovato residenza in quella che oggi è un'ala di palazzo Butera. Nelle sue parole non mancano cenni alla tavola e al sapore del pesce e delle verdure ("anche se - scrive - le verdure potrebbero essere trattate meglio"), alla personalità dei suoi abitanti, alle architetture e ai decori che lo hanno accolto nella sua primavera in città.

Si sprecò nel descrivere gli stemmi delle famiglie nobili, le esedre, la vegetazione rigogliosa e in fiore e un tortuoso fiume Oreto che solca la città. Non mancano, naturalmente, il Genio di Palermo e Santa Rosalia.

Tra il 1816 e il 1817 e pubblicò i due volumi del saggio che racconta l'Italia vista dai suoi occhi tra il 3 settembre 1786 e il 18 giugno 1788. Il terzo, uscito nel 1829, parla di una sua visita a Roma.

A Palermo era arrivato via mare: toccando terra ha potuto vedere come «in un giardino pubblico (Villa Giulia) c'erano grandi aiuole di ranuncoli e di anemoni. L'aria era mite, tiepida, profumata, il vento molle. Dietro un promontorio si vedeva sorgere la luna che si specchiava nel mare; dolcissima sensazione».

A suo dire «Chi ha visto una volta il cielo di Palermo non potrà mai più dimenticarlo».
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