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Rita Casdia, frammenti di un discorso amoroso

Marina Giordano
Ospite
  • 22 febbraio 2005

C’erano una volta i celebri fidanzatini di Peynet, i due delicati figurini, l’omino e la donnina, che romanticamente si scambiavano tenerezze seduti su una panchina sotto la luce di un lampione o a passeggio mano nella mano. La giovane artista siciliana Rita Casdia (Barcellona Pozzo di Gotto, 1977) ci offre una rivisitazione ironica e feroce al tempo stesso di questa icona dell’ “I love you”, dietro l’apparente atmosfera ludica che pervade le sue opere, esposte nel progetto-installazione Non mi trattengo dall’amarti fino al prossimo 26 febbraio alla Galleria Nuvole di Palermo (via Matteo Bonello 21, lun /ven 17-20, sab 11-13/ 17-20, telefono 091 323718). La mostra si è inaugurata il giorno di San Valentino, e non poteva essere altrimenti, visto che è l’amore il filo conduttore della storia narrata dalla Casdia attraverso quattrocento scenette tracciate in fogli formato francobollo, che hanno per protagonista una piccola Rita formato bambolina da fumetto, con cuoricini al posto delle pupille al centro di grandi occhi.

La fanciullina disegnata è alle prese con un rapporto amoroso quanto meno irrequieto con un altro personaggio che le somiglia in modo inquietante e che a volte si fa quasi fatica a distinguere da lei. I due mettono in scena “il rituale feroce della relazione amorosa”, come afferma Sergio Troisi nel testo critico che accompagna la mostra; dopo fughe, incontri e scontri, il finale è quasi pulp: in una sorta di videogioco interattivo, condotto dallo spettatore, si giunge inesorabilmente a un bivio dove la conclusione è comunque già scritta, dove lui cancella lui o lei cancella lui, restando unico/a protagonista fino al “the end”, non certo “Happy”. Morale della favola: l’amore, il rapporto a due è un atto quasi cannibalico, dove si rischia di venire fagocitati dal pericoloso “Altro” se non si fugge in tempo... Questo malefico e scoraggiante verdetto è espresso da Rita Casdia con una leggerezza e un tono talmente divertente e scanzonato da lasciare quasi disarmati. Un segno fresco, essenziale e veloce, dai tratti elementari come quello dei disegni dei bambini, che fissano sui fogli pupazzi con grandi teste rotonde e occhioni spalancati, esili gambette e pochi colori, biano, rosso, nero.

Ma attenzione: «Diffidate dalla leggerezza degli artisti – avverte giustamente Troisi – anche quando la trama che imbastiscono sembra rarefarsi fino alla trasparenza, spesso i fili che la compongono possono risultare affilati come lame, taglienti e aguzzi come cocci di vetro...» Mentre un grande disegno campeggia in una delle pareti, la sequenza di micro-ritratti accompagna lo sguardo come le scene di un cartone animato (e se li ai guarda velocemente sembra quasi di vederli muovere, questi personaggini...), fino a condurre dentro la stanzetta con il computer, dove si compie il rito del sacrificio, l’atto terribile della cancellazione, sotto le apparenze di un gioco che, appena finito, si vorrebbe subito ricominciare (...come le storie d’amore?).

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