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Nobili, ufficiali, suore e dottori: 4 storie d'amore che fecero scandalo a Palermo

Appassionate e chiacchierate, hanno sfidato le convenzioni e la morale comune, o sono degenerate in relazioni tossiche e violente. Storie che non sono mancate nei secoli

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 14 febbraio 2026

Topazia Alliata e Fosco Maraini

Tra le stradine del centro storico di Palermo, esiste un vicolo dedicato all’amore e agli innamorati: è Piazzetta Visita Poveri. Strano a dirsi ma il capoluogo siciliano è considerato una città molto romantica, luogo di vacanza ideale per le coppie, grazie alle sue atmosfere passionali, stradine suggestive, viste mozzafiato al tramonto e un ricco patrimonio storico-artistico. Le storie d’amore appassionate, a volte scandalose perché hanno sfidato le convenzioni e la morale comune, oppure perché sono degenerate in relazioni tossiche e violente, non sono certo mancate nel corso dei secoli, sotto il cielo di Palermo. Di seguito ne raccontiamo 4 tra le più note.

Caterina Branciforti e George Wilding.
Caterina (1768-1831), principessa di Butera, sembrava quasi l’eroina di un romanzo. Era alta e dall’incedere regale, con occhi da gazzella, capelli corvini, naso greco, labbra carnose. Fu oggetto di ammirazione, da parte di intellettuali e letterati, anche al di fuori dell’isola. Apparteneva a un casato dalle smisurate ricchezze, nel quale i matrimoni combinati tra cugini o comunque tra parenti prossimi, erano una strategia abituale, per mantenere ed accrescere il patrimonio. Aveva sposato il cugino Nicolò Placido III Branciforti e Valguarnera, principe di Scordia e Leonforte e nel 1789 era nata la loro unica figlia Stefania Branciforti (destinata anche lei a sposare nel 1805 un cugino, Giuseppe Lanza).

A Caterina andava stretto quel matrimonio progettato a tavolino con Nicolò Placido, marito scialbo e poco brillante. Dopo la nascita della figlia, aveva portato avanti per un anno una tresca con un nobile spagnolo che risiedeva a Napoli. Il marito, venuto a conoscenza del tradimento, aveva deciso di far uccidere i due amanti ma lo spagnolo, avvertito del pericolo da una domestica, si era dato precipitosamente alla fuga e Caterina aveva preferito andare a rinchiudersi in un noto monastero di Palermo, dove era rimasta per ben 7 lunghissimi anni, fino alla morte del marito. Lo stato di vedovanza ben si addiceva a Caterina, che riacquistata finalmente la libertà, veniva ammessa come dama alla corte borbonica e tornava a vivere e far parlar di sé, diventando una delle 4 "cortigiane" del sovrano Ferdinando.

Nel 1812 però Caterina conobbe il giovane e affascinate, militare tedesco, Georg Wilding e nonostante i suoi 46 anni d’età, perse letteralmente la testa per quell’ufficiale straniero, senza alcun titolo e per di più assai più giovane di lei di almeno 20 anni. Cominciò a seguirlo dappertutto, come una serva fedele, accampandosi fuori delle caserme dove egli viveva, per poter passare la notte con lui e la cosa ovviamente destava enorme scandalo.

La coppia fu unita in matrimonio il 22 febbraio 1814 dal cappellano militare luterano e anche queste nozze furono oggetto di riprovazione sociale da parte dell’aristocrazia siciliana. Wilding passò alle dirette dipendenze di re Ferdinando e ottenne di poter utilizzare il titolo di «principe» di Radalì, dopo la morte di Caterina. La coppia si dedicò ad ampliare la tenuta acquistata nella contrada dell’Olivuzza: una villa, «piccola e abbastanza fuori mano», con l’immancabile “laghetto dei cigni” e un grandioso “giardino di delizie” all’inglese. A causa della propensione della coppia a dedicarsi alla vita di corte piuttosto che alla gestione degli ex feudi, la situazione economica della famiglia, non era rosea ma nonostante le incertezze economiche e l’inesorabile avanzare degli anni, la principessa di Butera manteneva la sua avvenenza e poteva sempre contare su un nutrito numero di ammiratori; tuttavia era costretta a chiudere un occhio, a volte anche due, sulle infedeltà e le assenze del giovane marito.

Caterina, si spense improvvisamente a 63 anni a Napoli il 3 Febbraio 1831, per morbillo, Wilding spirò 10 anni dopo. Il suo ritratto venne appeso nel palazzo Butera, con la seguente didascalia: “La bontà del suo cuore gli guadagnò l’onore di diventare il marito della principessa Butera”.

Giulia Tasca di Cutò e Vincenzo Paternò del Cugno
Cinque erano le deliziose sorelle Tasca di Cutò, creature delicate ed amabili, figlie della principessa Giovanna Filangeri e del conte Lucio Mastrogiovanni Tasca. Beatrice era la madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Teresa dei geniali fratelli Piccolo; Nicoletta morì insieme al marito nel terribile terremoto di Messina del 1908. Giulia (1876-1911), era sicuramente la più bella: purtroppo tra tutte è la più conosciuta, perché vittima di un uomo indegno, che lei aveva ingenuamente creduto d’amare.

Il suo caso è piuttosto noto perché all’epoca fu un vero scandalo e alimentò una certa stampa morbosa, incurante del dolore dei familiari: delle sorelle, delle figlie, dell’anziano padre… Giulia aveva sposato il conte Romualdo Trigona (sindaco di Palermo dal 1909 al 1910), il loro era un matrimonio con alti e bassi, come tanti. I ripetuti tradimenti del marito l’avevano spinta tra le braccia di un altro uomo il Barone Vincenzo Paternò del Cugno. Tutto si sarebbe aspettata la povera Giulia, tranne che un giorno Vincenzo si sarebbe trasformato nel suo carnefice. L’amore clandestino con il giovane barone sboccia quando i due si conoscono una sera del 1909, a un ricevimento in Casa Florio. La loro è una relazione burrascosa, contrassegnata da litigi violenti e dalla gelosia morbosa del giovane ufficiale, che arriva persino a schiaffeggiare Giulia in pubblico, al Quirinale.

Lei è dama della Regina, sin dal 1895, e a corte i pettegolezzi non fanno che moltiplicarsi. In questo clima di tensione tra i due amanti, persino la sovrana si intromette personalmente nella questione e si trova a insistere: Giulia deve mettere fine a quella relazione e tentare una riconciliazione col marito. Il 2 Marzo 1911 il Paternò e la Trigona si vedono a Roma, per un incontro d’addio, al Rebecchino, un albergo a poca distanza dalla Stazione Termini. I due consumano un ultimo amplesso e subito dopo lui accoltella Giulia alla gola, uccidendola. L’ufficiale, rivolge poi la pistola contro sè stesso e si spara alla tempia, ma si ferisce soltanto, non muore. Il 28 Giugno del 1912 viene rigettata la richiesta di infermità mentale e il barone è condannato all’ergastolo, dopo un processo di cui hanno parlato tutti i giornali d’Italia, scavando impietosamente nella vita privata dei due amanti. Nel 1942 viene concessa la grazia al Paternò. L'assassino di Giulia tornerà a casa, sposerà la propria domestica e si spegnerà serenamente nel 1949.

Topazia Alliata e Fosco Maraini.
È un amore che dà adito a chiacchere, nei salotti della Palermo degli anni ’30, quello tra Topazia Alliata (1913-2015) e Fosco Maraini (1912-2004): giovani, belli, trasgressivi, uniti da grande passione. Lei cresce in un ambiente familiare aristocratico ricco di stimoli culturali; coltiva la passione per la pittura e fa amicizia con gli esponenti della scuola palermitana allora in auge come Pippo Rizzo, Nino Franchina, Lia Noto, Piera Lombardo. Di Topazia s’innamora il giovane Renato Guttuso, ma sarà un invaghimento fugace e platonico. Topazia frequenta la Scuola Libera del nudo dell'Accademia di Belle Arti di Palermo (all’epoca vietata alle ragazze) ed espone quadri, non senza dare scandalo alla buona società palermitana dell'epoca.

La famiglia vorrebbe che sposasse un conte inglese, ma Topazia preferisce Fosco Maraini, un intellettuale fiorentino, figlio di uno scultore e di una scrittrice, che sarebbe diventato uno dei più grandi antropologi del Novecento. Si conoscono proprio a Firenze e ci vuole poco per innamorarsi, hanno molti i punti in comune: anticonformisti, liberi dai pregiudizi, appassionati di arte e di viaggi. Non attendono il consenso dei genitori per andare a vivere assieme. Viaggiano di continuo, con la motocicletta di Fosco: esplorano con avida curiosità città, villaggi, campagne, montagne. Il denaro scarseggia, ma ai due giovani basta il loro amore. Si sposano nel 1935, lei ha 19 anni e lui 20: raggiungono il luogo della cerimonia in moto e scandalizzano tutti col cartoncino di partecipazione alle nozze, su cui Topazia disegna due innamorati completamente nudi, che guardano il mare e le rocce di Aspra. Renato Guttuso, ancora invaghito di Topazia, le scrive una poesia che intitola Viaggio di nozze: «Così lasciasti cadere svagata in due mari/ Scilla e Cariddi pronube/ scintillante un anello./ Amaro era il sorriso della città tutto sole». La coppia si trasferisce poi in Giappone, per via del lavoro di Fosco. Dopo l'8 settembre 1943, vengono internati con le 3 figlie in un campo di prigionia per due anni.

Finita la guerra, la famiglia tornerà in Sicilia, a Bagheria nella monumentale Villa Valguarnera. Topazia si separa da Fosco nel 1955 a causa di divergenze, compreso il desiderio di Fosco di tornare in Giappone. Divorzieranno nel 1970, ma l’affetto e la stima reciproca non verranno mai meno.

Il caso Lo Verso.
Nella primavera del 1945 la relazione tra il dottore Girolamo Lo Verso e l’ex suora Filomena Salzillo non sono solo sulla bocca di tutti, ma anche sulle pagine di tutti i giornali. Otto giorni dopo il funerale della moglie Sofia, morta all’improvviso a causa di un’iniezione, il marito “inconsolabile” lascia le bambine alla custodia dei nonni e parte alla volta di Marcianise, dove è tornata a vivere Filomena Salzillo, ex- suora ed infermiera, che ha conosciuto nell’ospedale dove presta servizio.

Sofia Molatto era una signora della buona società di Palermo, all’ottavo mese di gestazione; aveva già due figlie, Lina ed Ellide e un terzo bambino - un maschietto forse - era in arrivo. La sua morte solleva un'ondata di incredulità, in particolare la madre di Sofia, la signora Albertini, è diffidente nei confronti del genero. Più volte la cameriera le ha confidato che i coniugi ultimamente litigavano spesso, in modo violento. Qualcosa doveva esser successo in ospedale, perché Filomena, ha deciso di non professare più i voti definitivi e di lasciare le Suore della Carità. Dopo l’incontro a Napoli, Lo Verso assume Filomena come segretaria e infermiera nel suo studio privato. Si comincia presto a vociferare che l’infermiera sia l’amante del medico. La cameriera di casa Lo Verso afferma di aver sentito una notte la Salzillo chiedere al Lo Verso: “Non vieni a letto?”. Lui avrebbe risposto: “Fra un quarto d’ora".

Un giorno alla Procura arriva una lettera anonima che denuncia apertamente: Lo Verso ha avvelenato la moglie per stare con Filomena Salzillo, forse complice nel delitto. «Indagate e conoscerete». Viene subito disposta la riesumazione e l'autopsia della salma. Vengono trovate tracce di “sublimato corrosivo”: Sofia è stata avvelenata. Lo Verso viene incriminato di uxoricidio aggravato (è morto anche il bambino nel grembo materno) e nel 1946 viene arrestato. Il processo si celebra a Palermo nel 1948. Il “caso Lo Verso” fa discutere e scuote l’opinione pubblica. La stampa nazionale non risparmia i titoli ad effetto: “Il martirio di Sofia Lo Verso”; “Ex monaca al centro della tragedia”, “Per il diavolo ha perso velo e pace la monaca di Palermo” e il diavolo ha il volto ovviamente di Girolamo Lo Verso. La Salzillo compare al processo solo come teste, prove contro di lei non ce ne sono.

Non si presenta come femme fatale ma vestita modestamente, in tono dimesso; tuttavia ammette la sua relazione con il medico, racconta che lui aveva promesso di sposarla dopo il loro incontro a Napoli: allora si erano recati in albergo e avevano avuto relazioni intime; ma a Palermo, in ospedale, nulla era accaduto tra i due, perché lei era ancora monaca. In tribunale il Lo Verso cerca invece di sminuire la relazione con l'ex suora e afferma: “Le avrei promesso di sposarla? Se si dovessero sposare tutte le donne alle quali si fanno promesse di questo genere...”.

Il pubblico si abbandona a lunghi mormorii, a commenti, rumoreggia: nessuno sembra fare il tifo per i due amanti e tutto depone contro il medico palermitano che il 23 gennaio 1949 viene condannato all'ergastolo. Girolamo accoglie la notizia scoppiando in un lacrime. La sentenza verrà confermata sia in appello che dalla Cassazione e Lo Verso morirà nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto il 7 ottobre 1965, a 51 anni, per un collasso cardiovascolare; è sepolto a Palermo. Lina ed Ellide hanno sempre creduto nell’innocenza del loro padre.
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