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Palermo e le sue monache "famose": 700 anni, tanto durò la clausura del monastero di Santa Caterina

Alcune sceglievano liberamente di fare questa vita per fede, altre venivano costrette per non disperdere il patrimonio di famiglia, altre ancora venivano chiuse per evitare fuitine

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 12 luglio 2021

Le monache di Clausura del monastero di Santa Caterina (foto tratta dal libro di Maria Oliveri, I segreti del Chiostro)

Ci sono dei quesiti che bene o male hanno attraversato le menti di tutti noi: chi ci sarà al nostro funerale, cosa facciamo una volta trapassati se al posto nel nostro Dio ci troviamo di fronte Buddha o Krishna, come faremmo a nascondere un 6 al superenalotto ad amici e parenti, e come sarebbe tranquilla la nostra vita se ci chiudessimo in un convento.

Già, il convento: niente concorsi, niente parenti, nessuna bolletta della luce, niente chiamate la mattina da parte dei call-center, una buona e sana raccomandazione per il regno dei cieli, e buon bicchiere di vino ad ogni pasto.

Poi, un giorno, lessi la storia di un certo Salimbene da Parma, un frate del medioevo figlio di un ricco mercante, e mi vennero i primi dubbi.

Il giorno del suo internamento infatti fu accolto in convento dai confratelli che gli prepararono un ottimo banchetto, mentre dal secondo giorno in poi, e per tutto il resto della vita, non fece altro che mangiare cavoli fatti in tutti i modi, pure sbattuti al muro (deve avere provato quello che proviamo noi oggi quando apriamo un conto in banca e il giorno appresso scopriamo che faranno investimenti con i nostri soldi e per prelevare oltre una certa cifra dovremo chiedere il permesso).



Ecco, la vita monastica non era poi così diversa; la cosa si complicava ancora di più quando si nasceva donna. E questo, a dire la verità, ce lo aveva pure raccontato Manzoni con la povera Gertrude, così si chiama la monaca di Monza de “I Promessi Sposi”, che subiva dal padre e dalla famiglia il lavaggio del cervello dalla mattina alla sera ricevendo al posto dei giocattoli santini e bambole a forma di suora.

La domanda sorge spontanea: è così che era veramente? La risposta conseguente è: «A volte peggio».

Prendiamo in esempio il monastero di Santa Caterina di Palermo che si trova a due passi da piazza Pretoria, meglio conosciuta come piazza della Vergogna per via della bellissima fontana.

Come riportato nell'articolo in cui parlammo della suora Maria Alaymo, esisteva una differenza tra la carica di priora e quella di badessa: mentre la seconda carica (grazie al titolo di dignità abbaziale che veniva conferito al monastero) permetteva alle suore in un certo senso di autogestirsi, la seconda, quindi la priora, doveva sottostare con tutte le consorelle ad un convento maschile che ne faceva da tutore e ne teneva soprattutto le chiavi (quello di Santa Caterina era affidato ai domenicani di Santa Cita).

Inutile dire che le sorelle stavano in clausura e non erano rari i casi di giovani innocenti che di notte rimanevano incinta e non per via dell’arcangelo Gabriele.

Sotto la badessa o la priora ci stava la vicaria che spesso, perché se le priore erano troppo anziane potevano pure avere qualche problema di rincoglionimento, era la vera e propria capuzzella del monastero.

Quando si dice clausura significa che, almeno negli anni più austeri, nessuna poteva uscire e nessuno poteva entrare nel chiostro (tranne il confessore che era maschio): badesse e priore uscivano solo per compiti istituzionali, mentre le normali consorelle solo se gravemente malate e per scongiurare il proliferarsi di una qualche malattia dentro il monastero.

In molti casi si entrava in monastero già all'età di sette anni: alle bambine veniva insegnato a leggere e scrivere, ma senza stare lì a spiegare troppo la grammatica perché per una donna non era cosa di primaria importanza, si preferivano il ricamo e la cucina.

C’era una sorta di gerarchia: le suore professe, che erano quelle già consacrate dal vescovo, le novizie che ancora, diciamo così, erano sottoposte a tirocinio, e le accettate che erano messe a turno, perché pure i monasteri come le università erano a numero chiuso, e dovevano aspettare la morte di una qualche consorella che intanto sotto la tunica faceva i meglio scongiuri.

Inoltre si potevano trovare anche delle vedove che si dedicavano alla vita monastica invece di rifarsi una vita e ricche signore malate che invece di andare in ospedale decidevano di pagare affinché le suore si prendessero cura di loro.

Ora, entrare in monastero non era proprio cosa di tutti, anche perché si pagava una retta che veniva calcolata in base al ceto sociale della novizia con tutti i privilegi che ne conseguivano.

Le converse infatti erano quelle per così dire senza piccioli a cui molte volte veniva assegnata una cella interna senza finestre, le sagrate invece erano quelle con i piccioli e a loro veniva data una stanza che si affacciava direttamente sul chiostro con un balconcino dotato di fontanella privata che loro non mancavano di personalizzare, magari che degli stemmi che richiamassero la famiglia di appartenenza.

Alcune sceglievano liberamente di fare questa vita per fede, altre venivano costrette per non disperdere il patrimonio di famiglia e per fare carriera ecclesiastica, altre ancora venivano chiuse perché magari di nascosto avevano il fidanzatino e il padre, onde evitare fuitine, si metteva il ferro dietro la porta tenendole internate fino a che non fosse arrivato il momento di sposarle con chi dicevano loro.

E così, chiuse dentro il monastero, che era una vera propria azienda che si auto-sosteneva con le rette, le donazioni, vendita di dolci, e altre cose, potevano ricongiungersi alla società solo quando c’era la messa che seguivano dal piano di sopra rigorosamente dietro delle grate che impedivano gli di essere viste.

Qualcuna salutava con la manina i parenti, altre contemplavano il fidanzatino che intanto aveva trovato un'altra fidanzata, qualcuna magari, se era a portata di mano, sputava senza farsi vedere in testa al padre che l'aveva chiusa contro la sua volontà e non si spiegava perché tra tutti i posti beccava sempre quello su cui gocciolava dal tetto.

La questione familiare era molto importante ai tempi, tant'è che le sorelle dentro il monastero anziché usare il nome acquisito nella monacazione si chiamavano per cognome come usavamo fare noi alle superiori tra compagni: in primis perché i nomi delle suore sono quasi tutti gli stessi, in secundis perché il cognome della famiglia sfoggiava potenza.

Se avessimo una macchina del tempo come quella di “Ritorno al Futuro”, infatti, dentro il monastero avremmo trovato sul finire del XV secolo Perna Valguerna, appartenente all’omonima famiglia, dopo di lei Elisabetta Abatellis, figlia di Federico Abatellis (vedi palazzo Abatellis), e anche Gianna De Pesaro, nipote di Gaspare famoso pittore palermitano e indagato come uno dei possibili autori del “Trionfo della Morte”.

E ancora Giacoma Ventimiglia, Caterina li Gocti e tante altre donne della Palermo bene che magari racconteremo in un prossimo articolo.

Ultimo, se vi siete chiesti come facevano donne così importanti a fare le pulizie la risposta è: la suore compravano le serve, come nel caso di Giacoma Ventimiglia nel 1366 compro dal genovese Bartolomeo de Barazio una serva tartara di appena otto anni.
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