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Quella pipì (eroica) salvò mezza Palermo: qual è il "vero" nome di vicolo Pesacannone

Continua il nostro viaggio tra le vie della città. Questa volta vi raccontiamo la storia di un fruttivendolo che riuscì a risolvere una situazione potenzialmente esplosiva

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 23 settembre 2022

Il quartiere Albergheria di Palermo (foto da assaggidiviaggio.it)

A Palermo ci sta un piccolo vicolo, tra il Palazzo Reale e il mercato di Ballarò, intitolato a un fruttivendolo che diventò un eroe facendo la pipì.

Tutto partì da quella volta che il professore Terranova ci prese con le mani nel sacco. Io, Catalano e Carollo, ogni inizio anno scolastico avevamo un rituale che nelle nostre teste ci avrebbe fatto prendere buoni voti senza studiare.

Niente di più facile: trovavamo un sacchetto del pane, ci mettevamo dentro la cacca di un cane, lo posizionavamo dietro la porta della stanza del signor Papa (il bidello), lo accendevamo con un fiammifero, bussavamo alla porta e poi scappavamo. Poveretto, si faceva prendere dalla paura e puntualmente si metteva a spegnere l’incendio pestandolo con i piedi.

Quell’anno, quello della terza media, successe però qualcosa di inaspettato. Il signor Papa aprì la porta come al solito ma questa volta stupì tutti perché, invece di metterselo sotto i piedi, spense il fuoco facendogli la pipì addosso. E giusto giusto, mentre ce la stavamo ridendo dietro l’angolo, spuntò il professore Terranova trovandoci in flagranza di reato.
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Ci prese dalle orecchie, mise a sgridarci per tutti i corridoi davanti ai compagni, infine ci portò a mangiare il gelato nella mitica gelateria da Ciccio, perché lo scherzo della cacca quell’anno era riuscito più bello degli altri anni. E già che eravamo fuori -perché tutti credevano in un terribile liscebusso - e che la scena del signor Papa lo aveva messo di buon umore, Terranova ci portò pure a visitare un vicolo, raccontandoci una storia che mai ci saremmo aspettati.

«Vicolo Pesacannone…» disse il professore, «o per essere più precisi: vicolo piscia cannone!». Ci spiegò che il fattaccio avvenne tra il 19 e 20 agosto del 1773… ancora manco il signor Papa era nato.

In Sicilia ci stava un viceré che teneva più titoli che dignità. Giovanni Fogliani Sforza D’Aragona. Non aveva grandi doti politiche Giovannino; anzi, era stato mandato un po' qua e un po' là per conto della Corona di Spagna e aveva fatto più danno che altro.

Una cosa però l’aveva intesa benissimo ancora prima di arrivare a Palermo, ovvero quel detto che fa: “cu avi a lingua passa u mari” (chi ha la lingua passa il mare). E lo aveva interpretato così alla lettera questo detto che la incominciò ad usare per fare il lecchino con tutti nella speranza di scroccare tutto quello che c’era da scroccare.

Diciamo che non aveva grandi velleità, passava tutta la giornata a fare il portaborse dei reali, accompagnarli a caccia, festini, parlare dai balconi e offrire caffè a tutti in cambio di consensi.

A quel punto Carollo ebbe un dubbio amletico: «Professò, ma allora pure mio zio sta diventando viceré. È sempre col sindaco, la casa è strapiena di sue fotografie con scritto "vota Carollo", fa un sacco di promesse e favori, in più fa la spesa a quelli del quartiere».

«Se diventa viceré io non lo so…», rispose Terranova, «ma che lo vedremo sul giornale, questo è poco ma sicuro!» E lasciando Carollo con lo zucchero in bocca, e un’espressione fiera perché suo zio finendo sul giornale sarebbe diventato famoso, il professore continuò quella storia.

Ora, questo Fogliani, in realtà venne eletto viceré nel 1755, e, siccome i poveri gli facevano un po' senso perché ai tempi manco c’era il bagnoschiuma, si mise immediatamente a fare combriccola con ricchi commercianti e nobili, organizzando feste Open Bar, ricchi premi e cotillon.

Inizialmente tutti gli facevano applausi e gli dicevano "bravo bravo", poi come ogni politico ebbe alcuni problemini. Fra i punti del suo programma elettorale, il viceré aveva infatti promesso di ripopolare l’isola di Ustica che ai tempi era infestata di pirati.

E siccome promessa che fai va mantenuta, il nostro Fogliani andò dall’arcivescovo di Palermo - perché per un qualche strano motivo Ustica apparteneva a lui - e se la fece consegnare in cambio di un compenso annuale.

Molti popolani decisero quindi di trasferirsi sull’isola, ma, ahimè, vennero catturati dai pirati e messi in schiavitù. Non passò neanche troppo tempo e le sfortune si infilarono una dietro l’altra. Prima morì sua moglie, poi dovette affrontare una terribile carestia.

Ecco, dovete sapere che quando scoppiava una carestia i nobili facevano una bellissima cosa: essendo proprietari di molti dei granai, invece di metterlo sul mercato, lo nascondevano in modo da fare alzare il prezzo e venderlo agli stranieri che lo pagavano di più.

Questo provocò ancora più fame e disperazione, e in inverno tutti i contadini delle campagne si trasferirono pure loro a Palermo nella speranza di trovare un tozzo di pane. Manco a farlo apposta, si scatenò un’epidemia di colera e le campagne, oramai vuote, si popolarono di briganti.

Insomma, 'na vera e propria schifezza. Non rimase altra alternativa a Fogliani: gli ritornò in mente la cosa del bagnoschiuma ed emanò un decreto che espelleva tutti i poveri da Palermo. A quel punto Catalano ebbe da ridire.

«Professò, a noi ci hanno fatto cinque sfratti esecutivi, ma problemi di bagnoschiuma non ne abbiamo avuti mai! D'altronde poveri sì, sporchi picchì!?» Concetto di Catalano a parte, che onestamente non faceva una piega, Terranova fece spallucce e tornò al fatidico vicolo Pisciacannone.

Ci raccontò che Pesacannone era stato in realtà un modo pulito di rinominare il vicoletto. Infatti, tutti gli intrallazzi fatti dal viceré insieme agli amici suoi, avevano portato il popolo all’esasperazione. E proprio quel 19-20 agosto 1772, un capopopolo di nome Giuseppe Porzio, detto Nasca, si mise a comando di una sommossa per mandare Fogliani lontano dalla Sicilia, possibilmente a quel paese.

Come fu come non fu, i rivoltosi riuscirono a rubare un cannone facendolo sfilare per la città tutti orgogliosi. Giusto in prossimità di quel vicolo i ribelli si trovarono però di fronte i soldati del viceré.

Forse fu un colpo di sfortuna, forse qualche cretino, fatto sta che si accese la miccia del cannone e tutti se la fecero addosso perché se partiva il colpo il danno sarebbe stato quanto una casa.

Sempre in quella stradina ci abitava Nunzio Crapa, un semplice fruttivendolo che si faceva i fatti suoi. Fra tutti gli uomini di guerra alla fine fu l’unico a non scappare; e non sapendo cosa fare - perché non di armi ma di zucchine si poteva intendere - si calò le braghe e si fece una bella pipì sulla miccia.

Di fatto quella pipì salvò Palermo da una possibile tragedia. Da quel giorno il bidello fu per tutti Nunzio Capra, e gli dava così fastidio essere chiamato "Crapa" che ci inseguiva col bastone. Ma quella è un’altra storia…
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